Di Fabio Gaudiosi
Immaginatevi di trovarvi
in mare, a sud della Sicilia, a bordo di una barca. Improvvisamente, dove ci
sarebbe dovuta essere soltanto acqua, appare alla vostra vista un isolotto,
alto all’incirca 65 metri, con una superficie di quattro chilometri quadrati.
Probabilmente sareste sorpresi, sicuramente curiosi. È quanto deve aver provato
più o meno il 7 luglio 1831 F. Trifiletti, il capitano della nave Gustavo,
il quale riferì di aver visto spuntare al largo di Sicilia un isolotto che
sputava lapilli e cenere. In effetti, l’uomo stava assistendo al fenomeno di
riemersione di quella che fu chiamata l’Isola Ferdinandea, un vulcano
sottomarino che periodicamente nel corso della storia è emerso dall’acqua nelle
sue fasi eruttive.
In effetti, già a partire
da giugno dello stesso anno erano state avvertite nel tratto di mare tra
Sciacca e Pantelleria delle scosse sismiche molto significative, comportando
nei giorni seguenti alcuni strani fenomeni provenienti dall’acqua, riportati
dalle testimonianze dell’epoca, quali ad esempio la presenza di zampilli di
lava accompagnati da colonne di fumo e pietra pomice. La notizia, nei tempi in
cui fu diramata attraverso i mezzi dell’epoca, suscitò grandissimo scalpore
nella comunità scientifica, portando sul posto il docente di geologia
dell’Università di Berlino Friedrich Hoffman, primo di una serie di ricercatori che si
trovarono a studiare il fenomeno vulcanico.
Eppure, gli scienziati non erano gli unici che mostrarono interesse a
visitare il nuovo isolotto, dato che la posizione strategica al centro del
Mediterraneo attirava le mire dei Paesi europei, interessati ad accaparrarsi
quel lembo di terra per far approdare le proprie flotte. È così che nacque una
vera e propria disputa tra Gran Bretagna, Francia e Regno delle Due Sicilie. Con
un atto ufficiale del 17 agosto 1831, Ferdinando II rivendicava ufficialmente
il pezzo di terra, dandogli appunto il nome di Isola Ferdinandea. Di
risposta, già il 24 agosto il capitano britannico Jenhouse piantò la bandiera
inglese in nome del re, chiamando l’isola “Graham”, rivendicando il principio
dell’insula in mari nata, per cui essa sarebbe spettata alla prima
persona o nazione ad avervi messo piede. Di conseguenza, a loro volta, sia la
Francia che i Borbone inviarono rispettivamente il brigantino La
Fleche e la corvetta bombardiera Etna, ordinando le rilevazioni
geologiche dell’isola e la sua conseguente occupazione. Nello specifico, però,
la flotta francese mandò alla Société
géologique de France una
serie di comunicazioni in cui riferiva un graduale e precoce processo di
erosione a causa dell’attività delle onde.
Si creò così una vera e propria disputa internazionale, destinata però a
smorzarsi da sola quasi immediatamente. Infatti, le rilevazioni condotte dalle
forze francesi si rivelarono presto corrette e l’isola cominciò a inabissarsi
nuovamente. Già nel novembre 1831 ormai se ne scorgeva appena la superficie e
nel dicembre dello stesso anno fu interamente coperta di nuovo dal mare.
L’isola, che è in realtà uno dei dieci coni vulcanici dell’area chiamata
Graham Bank, riemerse nuovamente altre due volte, nel 1846 e nel 1863,
diventando da allora una meta estremamente amata dai sommozzatori. Nel 1868, un
gruppo di sub siciliani vi appose una targa, con su scritto: «questo lembo di
terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano»,
ponendo per sempre la parola fine a qualsiasi pretesa di sovranità. Perché
quell’isola fu, è e resterà sempre figlia del popolo che la adottò, senza mai
volerla conquistare, diventando un luogo di storie e leggende.
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