Quando i primati impararono a ridere

 

Di Fabio Gaudiosi

Da che sono nato, mi hanno sempre detto che ridere fa bene al cuore. Quando lo facciamo, il livello di cortisolo diminuisce, attenuando la nostra percezione dello stress, che viene sostituita da una sensazione di piacere, dovuta al rilascio di endorfine e degli ormoni della dopamina e dell’ossitocina. Inoltre, la bellezza della risata è che implica anche l’apertura verso l’altro, creando una connessione emotiva con la persona che abbiamo dinanzi e regolando situazioni di tensione in cui potremmo sentirci in determinati contesti sociali. Che sia dopo una battuta, un contatto o un’esperienza condivisa, ridere ha sempre implicato l’incontro. In fondo, è la manifestazione visiva più eclatante di uno scambio con quell’alterità che a volte si nasconde anche dietro la nostra individualità. Ovviamente, ci sono molti modi di ridere, che differiscono a seconda dell’intonazione o dell’ampiezza della risata, di volta in volta diversa a seconda delle circostanze in cui si verifica. Come evidenziato dal neuropsicologo americano Robert Provine, ridere comporta un rinforzo sociale, che risponde a un bisogno di appartenenza e condivisione verso chi si trova davanti a noi. La risata, insomma, è un vero e proprio mezzo di comunicazione universale, capace di arrivare oltre i limiti della parola.

In realtà, a dispetto di quanto si ritenesse in passato, quando allo studio della risata si dava un taglio esclusivamente filosofico o culturale, l’approccio neuroscientifico con cui oggi ne decliniamo la ricerca è il riflesso di un’intuizione che si ebbe soltanto a partire da Darwin, quando essa cominciò ad essere trattata in termini evoluzionistici, rinvenendone e analizzandone le manifestazioni nei diversi animali, rilevando così i meccanismi neurologici comuni tra le specie. Infatti, come sostiene l’etologa Elisabetta Perlagi, la risata è «un comportamento animale complesso che assolve ancestrali funzioni sociali: stringere legami, promuovere il gioco e le interazioni cooperative, diminuire la tensione». Grazie al nuovo approccio adottato, come spiega a Repubblica Chiara De Gregorio, primatologa dell’ateneo di Warwik, la quale ha pubblicato recentemente uno studio sulla rivista Communications Biology in cui ricostruisce il processo evolutivo di tale comportamento, la ricerca è da poco riuscita a stabilire quale sia stato l’antenato comune dei cinque primati che hanno acquisito la capacità di ridere (ossia l’orango, il gorilla, lo scimpanzé, il bonobo e l’essere umano), individuandolo a circa 15 milioni di anni fa. Gradualmente, la risata divenne quindi per i primati sempre di più uno strumento imprescindibile di comunicazione, configurandosi come momento di consenso nel gioco e di rafforzamento dei legami nel gruppo.  

Soprattutto, lo studio della risata ha assunto un’assoluta centralità nella comprensione del processo evolutivo dell’uomo, per analizzare i vari gradini che ci hanno condotto, attraverso il perfezionamento fonetico, all’apprendimento del linguaggio. Infatti, la risata restituisce persino la complessità della comunicazione di una specie, potendo differire a seconda delle diverse gradazioni di socialità in cui si inserisce. Ad esempio, come spiega De Gregorio, «in orango e gorilla il ritmo degli ah ah ah non varia mai», mentre invece «scimpanzé e bonobo ridono in modo leggermente più rapido. I loro suoni sono meno regolari e riflettono i contesti diversi, i segnali variabili e più articolati che si vogliono trasmettere agli altri membri del gruppo».

Fino ad arrivare all’essere umano, che restituisce il senso della sua complessità anche attraverso l’irregolarità della risata, nelle mille sfumature che può assumere a seconda del contesto. «La nostra specie ha la capacità massima di variare e di accelerare il ritmo», spiega la primatologa, che sottolinea ancora come la risata sia stata «il trampolino di lancio verso lo sviluppo del linguaggio». È dunque questa la cifra della ricerca, che oggi vede un rapporto sempre più sinergico tra etologia e neuroscienze. Perché in fondo, in un’epoca in cui il dialogo e il confronto latitano, diventando sempre più aggressivi, è importante ricordare che, 15 milioni di anni fa, nei meandri di una giungla sconosciuta, tutto nacque da una risata, dalla quale si sarebbe originata anche la parola. Chissà che forse, studiando cosa ci abbia condotto fin qua, riusciremo a capire anche cosa sia andato storto nel corso dei secoli.

 

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