Giovanni Capurso racconta Gobetti, con una luce sul presente

 


 Di Claudia Siano

 

Giovanni Capurso, autore pugliese di numerosi saggi, esperto di storia politica e del Meridione, in occasione di questa intervista racconta alcuni preziosi spunti da cui nasce il suo libro: “Prodigiosa giovinezza. Biografia politica di Piero Gobetti” edito da Progedit.

Giovanni, il libro cita Bobbio che definisce la giovinezza di Gobetti “prodigiosa”. Quanto di quella giovinezza ricca di impegno e di speranza nel senso più profondo del termine, può ispirare i giovani di oggi che hanno un po’ perso quella luce guardando al futuro?

In un’epoca in cui la velocità delle notizie rischia di soffocare la profondità delle idee, la figura di Piero Gobetti emerge come un faro per chi cerca coerenza, coraggio e visione. Giovane, determinato e instancabile, Gobetti, oltre che un intellettuale antifascista, fu un costruttore di pensiero, un artigiano della libertà, un uomo che trasformò le parole in azione. Credeva che l’onestà intellettuale non fosse un dovere più che un lusso. Per lui, avere idee significava viverle fino in fondo, anche quando questo comportava isolamento o rischio personale.

Ritengo che per i giovani di oggi, immersi in un mondo iperconnesso ma spesso frammentato, Gobetti offra lezioni preziose: la sua vita, breve ma intensa, ci ricorda che il cambiamento nasce dall’impegno personale. Gobetti non cercava eroi, ma cittadini consapevoli. E forse è proprio questo il messaggio più potente per le nuove generazioni: la libertà non si eredita, si conquista ogni giorno.

Qual è stato il suo approccio nella stesura del libro, è stato difficile reperire le fonti che cercava? Quali sono state le insidie che ha dovuto affrontare nel legare fonti storiche e scrittura biografica di un personaggio tanto discusso e tanto importante per il secolo scorso ma che ancora oggi scuote fortemente le coscienze?

A differenza di altri lavori di cui mi sono occupato, per Gobetti abbiamo numerose fonti. Di recente, con Einaudi, è stato pubblicato l’intero corpus dei Carteggi. Il mio intento è stato quello di valorizzare alcuni aspetti della sua vita che fino ad oggi erano stati messi in secondo piano, ma anche liberarlo da sovrastrutture ideologiche.  

Va anche precisato che Gobetti non lasciò un’opera sistematica: il suo pensiero è disseminato in articoli, saggi brevi, lettere e interventi giornalistici. Riviste come La Rivoluzione liberale e Il Baretti contengono intuizioni preziose, ma spesso formulate in risposta a eventi contingenti. Questo costringe lo studioso a un lavoro di ricomposizione, cercando coerenza in testi nati per essere immediati e polemici.

Dal suo lavoro di ricerca e d’archivio ha notato qualche discrepanza o qualche mancanza con quanto già studiato prima di lei?

Studiare Piero Gobetti significa confrontarsi con una figura complessa, poliedrica e profondamente radicata nel contesto storico-politico dell’Italia tra le due guerre. La sua vita breve e la vastità dei suoi interessi rendono il suo pensiero affascinante ma anche difficile da ricostruire in modo organico.

Gobetti non lasciò un’opera sistematica: il suo pensiero è disseminato in articoli, saggi brevi, lettere e interventi giornalistici. Riviste come La Rivoluzione liberale e Il Baretti contengono intuizioni preziose, ma spesso formulate in risposta a eventi contingenti. Questo costringe lo studioso a un lavoro di ricomposizione, cercando coerenza in testi nati per essere immediati e polemici.

Gobetti univa una formazione liberale a una profonda attenzione per il marxismo e per le lotte operaie. La sua idea di “rivoluzione liberale” non coincide con il liberalismo classico, ma lo rilegge in chiave di emancipazione sociale. Questa sintesi originale sfugge alle categorie politiche tradizionali, rendendo difficile incasellarlo in schemi interpretativi netti.

Credo che il pensiero gobettiano sia inseparabile dal clima dell’Italia postbellica e dall’ascesa del fascismo. Comprenderlo richiede una conoscenza approfondita delle tensioni politiche, culturali e sociali dell’epoca. Senza questo sfondo, molte delle sue prese di posizione rischiano di apparire astratte o eccessivamente idealistiche.

Secondo lei qual è la chiave di lettura di un testo come “Prodigiosa Giovinezza. Biografia politica di Pietro Gobetti”, dove andrebbe letto, a chi vuol parlare?

Il mio intento è stato quello di liberare Gobetti da interpretazioni parziali, strattonamenti politici, lettura di parte.

La morte prematura di Gobetti a Parigi nel 1926, in seguito alle violenze subite per la sua attività antifascista, impedì lo sviluppo maturo delle sue idee. Ciò lascia aperti interrogativi su come avrebbe evoluto il suo pensiero e su quali direzioni avrebbe preso il suo impegno politico e culturale.

In definitiva, studiare Piero Gobetti significa muoversi tra frammenti, intuizioni e progetti incompiuti, cercando di cogliere la coerenza di un pensiero che, pur nella sua brevità, ha lasciato un’impronta profonda nella storia dell’antifascismo e della cultura italiana.

Ritenevo fosse necessaria una restituzione di Gobetti accessibile e divulgativa, e capace di dare una lettura obiettiva di quanto fatto nell’arco della sua breve esistenza.

Perché Gobetti, pur essendo di origine torinese, ha sempre avuto a cuore la Questione Meridionale?

Tra le sue battaglie culturali di Gobetti, c’è anche un capitolo meno noto ma straordinariamente attuale: il suo impegno nel dibattito sul Meridionalismo.

Gobetti non era un meridionale, e proprio per questo il suo sguardo sul Sud d’Italia fu originale e, in certi tratti, spiazzante. Non si limitò a denunciare le condizioni di arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno: ne fece una questione nazionale, un banco di prova per la maturità democratica dell’intero Paese.

Per lui, il problema meridionale non si risolveva con assistenzialismo o paternalismo statale. Al contrario, vedeva nella “rivoluzione liberale” — la crescita autonoma delle energie locali, la responsabilità civica, la formazione di una classe dirigente indipendente — la chiave per emancipare il Sud. In questo senso, si avvicinò alle idee di Guido Dorso, condividendo la critica a un centralismo che soffocava le iniziative dal basso.

Gobetti parlava di un “meridionalismo settentrionale”: un impegno morale e politico che non nasceva da appartenenza geografica, ma da un’idea di giustizia e di coesione nazionale. Il Sud, per lui, non era un “altro” da compatire, ma una parte viva e imprescindibile dell’Italia, la cui rinascita avrebbe significato la rinascita dell’intera nazione.

Oggi, rileggere le sue pagine significa riscoprire un pensiero lucido e coraggioso, capace di superare stereotipi e divisioni. Gobetti ci ricorda che il Meridione non è un problema da gestire, ma una risorsa da liberare.

 

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