Il regalo più importante che la natura ci abbia fatto: la biodiversità. Che, in fondo, consente la creazione di un’amicizia persino tra un uomo e un pinguino

 

Di Fabio Gaudiosi 

Tutte le volte in cui ho avuto modo di partecipare a eventi arricchenti, ho sentito addosso come dei semi, pronti a germogliare dopo un iniziale periodo di gestazione. Al termine della prima edizione del Festival degli Animali in Giallo, tenutosi a Napoli in quattro tappe programmate tra gennaio e marzo 2026, mi sentivo più o meno così, con una diversa consapevolezza del mondo animale e delle sue implicazioni. Attorno a me assumevo coscienza di uno sguardo diverso con cui avevo cominciato a filtrare la realtà, come se fossi più interessato a capire gli animali e a non fermarmi a meri giudizi approssimativi. Per queste ragioni, la mia sorpresa è arrivata ai massimi livelli quando notai che per il lunedì successivo all’ultima data del Festival, la programmazione del cineforum a cui sono iscritto aveva previsto la proiezione del film Il professore e il pinguino. Mi chiedevo se fosse dunque un caso che in un periodo in cui ero così riflessivo rispetto al rapporto tra animali e uomo, il destino mi avesse condotto a quella specifica visione.
La trama del Professore e il pinguino è estremamente toccante, frutto del romanzo autobiografico Storia del pinguino che tornò a nuotare di Tom Mitchell, edito da Garzanti. Esso tratta della vera storia di amicizia che ha legato il pinguino Juan Salvador e il professore, dopo che questi lo aveva trovato in gravissime condizioni in una spiaggia uruguaiana, totalmente cosparso di petrolio a seguito di un significativo versamento in mare che si era verificato pochi giorni prima. Inizialmente piuttosto contrariato, il protagonista è costretto a portare con sé il volatile una volta giunto il momento di rientrare al college in cui lavora, in Argentina, proprio perché diventato totalmente inseparabile dall’animale, che lo insegue ovunque provi ad andare. Fatto rientro a casa, nonostante un’iniziale fase di ritrosia da parte di Tom, il pinguino finisce per diventare un vero e proprio punto di riferimento per studenti e docenti, che si rifugiano in lui ogniqualvolta sentano la necessità di confidarsi.
Uscito dal cinema mi sentivo fortemente attratto da quel racconto, ancor di più costatando come esso fosse stato tratto da una storia vera. Eppure, mi chiedevo come fosse stato possibile che un pinguino avesse finito per affezionarsi a un umano senza provarne timore, senza sentirsi in pericolo e, soprattutto, non preferendo tornare nel luogo da cui proveniva. La storia mi appassionava, fin quando ho scoperto che i pinguini di Magellano sono degli animali estremamente sociali, in quanto abituati a vivere e cacciare in colonie composte da decine di migliaia di individui, dipendendo dal gruppo per la propria sicurezza. Trovandosi solo, traumatizzato e lontano dai suoi simili, l’animale nel film aveva quindi sperimentato una fortissima vulnerabilità, spingendolo a legarsi al suo salvatore, che gli garantiva maggiormente la propria sopravvivenza.
La convivenza tra i due non è affatto semplice, costretti l’uno ad adattarsi e a convivere con la novità di una nuova condizione e con l’incapacità di instaurare facilmente canali di comunicazione. Eppure, il pinguino finisce subito per diventare punto di riferimento decisivo e unico su cui il protagonista ripone la propria fiducia e a cui si confida, quasi percependolo come granitica spalla su cui poter contare. Dal canto suo, l’animale vede nel nuovo contesto sociale non più soltanto la mera garanzia di cibo necessario per sopravvivere, ma un gruppo con cui familiarizzare sentendosi protetto.
Tra uomini e animali, soprattutto quando distanti dalla nostra visione domestica, vi è sempre stata una narrazione basata su una ritrosia reciproca, frutto delle profonde differenze che vengono percepite come indicatrici di pericolo. Eppure, tornato dal cinema, mi sentivo colpito da un’ulteriore osservazione, soprattutto a seguito della mia partecipazione al Festival. In Il professore e il pinguino non si legge un tentativo di umanizzazione dell’animale, ma una reciproca intesa volta alla conoscenza l’uno dell’altro. Il pinguino, inizialmente trattato come animale misterioso e incomprensibile, viene gradualmente apprezzato alla luce delle sue peculiarità e delle necessità che lo vivono. Ho pensato che in fondo fosse questa la cifra della proposta del Festival degli Animali in Giallo: creare uno spazio di ricerca, di divulgazione, di comprensione di esseri viventi così vicini a noi e al contempo percepiti come così distanti a causa dei nostri pregiudizi. Gli animali hanno sempre caratterizzato le nostre immaginazioni, si sono sempre posti come riferimenti affascinanti e lontani, eppure ciò ci ha sempre indotti a trattarli con superiorità, invadendo i loro spazi invece di rispettarli. È forse questo il giallo più eclatante che questo Festival ha messo in luce e che si è proposto di superare, disvelando finalmente la bellezza del regalo più importante che la natura ci abbia fatto: la biodiversità. Che, in fondo, consente la creazione di un’amicizia persino tra un uomo e un pinguino.
 
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