"Io, bambino zero" sta proprio nel suo autore, Davide Tonelli Galliera, il bambino da cui tutto ha avuto inizio
Io, bambino zero
(Vallardi, 19 euro) è la fotografia di una delle vicende giudiziarie più
sconvolgenti degli anni ’90. Una storia solo recentemente riemersa grazie al
lavoro di inchiesta svolto dal giornalista Pablo Trincia, che in Veleno
(Einaudi, 2019) ha riportato alla luce le macerie del caso dei «Diavoli della
Bassa modenese». Eppure, la cifra di Io, bambino zero sta proprio nel
suo autore, Davide Tonelli Galliera, il bambino da cui tutto ha avuto inizio,
trascinandosi appresso un vortice di dolore che non avrà mai cicatrice. Il
bambino che, diventato adulto, ha deciso di raccontare la sua versione dei
fatti, riavvolgendo il nastro e percorrendo gradualmente la sua strada verso la
verità.
La paura che sta provando
in quel momento, è la stessa che provo io nel guardarlo lì in mezzo a quegli
estranei. Cerco di chiamarlo, ma dalla mia gola esce solamente un rantolo.
Eppure, qualcosa sembra attirare la sua attenzione. Il bambino si ferma, lentamente
ruota su se stesso, come una marionetta. Nel momento esatto in cui volge lo
sguardo verso di me, mi rendo conto che quel bambino sono io.
Il libro assume una
connotazione spiccatamente personale, restituendo il complesso processo di
riemersione e traduzione dei ricordi svolto dal suo protagonista nel corso
dell’inchiesta giornalistica. Davide Tonelli Galliera non racconta la vicenda
dei «Diavoli della Bassa modenese», ma la rivive assieme al lettore,
condividendo le paure, i timori e le ansie che lo hanno accompagnato fin dal
momento in cui Pablo Trincia e Alessia Rafanelli gli chiesero se ricordasse di
aver ucciso dei bambini. Lo sconvolgimento dell’autore è massimo, la bussola
che governava il sottile equilibrio su cui si reggeva la sua vita è rotta: da
quell’istante tutto cambia e Io, bambino zero diventa il diario di bordo
in cui confidare tutte le emozioni provate mentre sentiva gradualmente rompersi
le catene della menzogna, scoprendone, per la prima volta, di esserne stato la
causa, ma non l’artefice. La narrazione è fluida, i fatti vengono raccontati in
maniera chiara, dalla prospettiva dell’autore, che conduce il lettore nel
centro delle proprie indagini, recuperando tassello dopo tassello le coordinate
del suo passato.
Ci sei tu in una stanza,
sedute ai tuoi lati ci sono Valeria Donati e un’altra psicologa, di fronte
invece c’è il gip Alberto Ziroldi. Tu hai sette anni, sei vivace e si vede che
non vuoi stare lì… dici che appena avrai finito andrai al mare, sul Gargano, e
quindi ogni volta in cui non vuoi parlare, ti distrai, non rispondi alle
domande e pensi solo a colorare con i pastelli che hai davanti, le psicologhe e
il magistrato ti incalzano dicendoti che se non parli il mare si allontana […].
A quel punto, tu qualcosa la dici, ma meccanicamente, come per farli contenti.
Sembra quasi che tu stia recitando un copione, che tu sappia a memoria quello
che devi dire.
La vicenda dei «Diavoli
della Bassa modenese» comincia nell’estate 1997, quando il piccolo Davide,
allontanato dalla sua famiglia per le condizioni di indigenza in cui si trovava,
comincia a raccontare storie di abusi e di riti satanici a cui era stato
costretto ad assistere dai genitori, durante i quali confessa di aver visto
anche uccidere delle persone. Dalla sua testimonianza, la rete delle indagini
inizia ad espandersi sempre di più, coinvolgendo sedici bambini che,
allontanati, non avrebbero mai più fatto ritorno nelle loro famiglie di
origine. Le dichiarazioni dei figli contro i propri genitori continuano a diffondersi
rapidamente, costringendo a un processo infamante che si allarga a sempre più individui,
attraverso «una progressione di racconti sempre più grottesca», che viene
assecondata da indagini affrettate e condotte con metodologie piuttosto
discutibili. Le testimonianze dei bambini sono gli unici tasselli su cui si
regge l’accusa, che non riesce a supportare le proprie tesi con nessun’altra prova.
Eppure, in primo grado il tribunale commina pene persino superiori a quanto
richiesto dal PM, per un totale di 157 anni di carcere a cui vengono condannati
gli imputati. Tutti verranno poi assolti nel grado di appello, quando ormai
sarà troppo tardi, tra vite spezzate e famiglie distrutte, in quello che venne
definito dalla Cassazione come uno dei casi più eclatanti di «falso ricordo
collettivo».
Burgoni accompagna
Trincia alla porta, ma il giornalista gli fa un’ultima domanda: «Lei è sicuro
in cuor suo di non avere rovinato dei bambini?». Silenzio.
In definitiva, Io,
bambino zero di Davide Tonelli Galliera è una confessione di un bambino che
è diventato adulto, uno strappo definitivo alla propria infanzia, costretta in
un dolore troppo grande, troppo profondo. Disvelando la verità non più soltanto
processuale ma emotiva, storica e narrativa, l’autore parla ai lettori con la
sola intenzione di scagionare quelle persone che le sue parole, indotte da
indagini del tutto sconsiderate, avevano distrutto. Non è un’ammissione di
colpa, ma anzi la presa di coscienza della propria vita, nel disperato
tentativo di riuscire a rispondere al senso di tutto questo dolore, dandovi un’origine,
e cercando di comprendere, finalmente, perché tutto ciò sia stato reso
possibile.
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