L’aggressività nei cani. La professoressa Danila d’Angelo: “Ogni animale reagisce in modo diverso a seconda di quanto sia stato abituato a gestire le percezioni emozionali”

 

Di Fabio Gaudiosi

 

Finalmente si apre la prima edizione del Festival degli Animali in Giallo, ideato e diretto dalla giornalista Anita Curci. Un evento che si conferma e rispetta le aspettative fin dal primo panel, tenuto dalla professoressa Danila d’Angelo, in compagnia dello scrittore Andrea Raguzzino, i quali hanno trattato del tema dell’aggressività nei cani, nell'intento di decodificarne meglio i comportamenti, approcciandosi alla materia con sguardo scientifico, oltre ogni pregiudizio.
Prima di ogni riflessione si è premesso come in generale, come succede agli uomini, anche gli altri animali assumano determinati atteggiamenti in risposta alle proprie emozioni. Tra queste si distingue la paura, che rappresenta il substrato dell’aggressività. Ovviamente, queste reazioni emotive sono il riflesso dell'educazione inferta loro nel percorso educazionale, che impatta in modo decisivo sullo sguardo con cui questi filtrano la realtà. Ogni animale - anche l’uomo - reagisce a qualsiasi emozione in modo diverso, assumendo atteggiamenti più o meno aggressivi a seconda di quanto sia stato abituato a gestire le percezioni emozionali in quelle determinate condizioni.

In tal senso, nel corso del panel ci si è chiesto se allora esistano razze effettivamente pericolose. La professoressa d’Angelo ha evidenziato come questa sia una distinzione inadeguata, laddove sarebbe più corretto assumere la consapevolezza di come in realtà esistono determinate razze appositamente selezionate per determinati lavori; ad esempio, il rottweiler, in quanto cane di razza, nasce come cane da lavoro per fare la scorta ai macellai: da ciò dipende ad esempio la capacità del morso, proprio perché era stato immaginato per quella specifica finalità. Ma, a prescindere da tutto, sarà sempre determinante il tipo di addestramento che sia stato inferto loro. L’adozione di un animale si inserisce all’interno di un percorso più ampio, in cui questi sviluppa la sua consapevolezza individuale e sociale. Laddove si desideri un amico a quattro zampe, è necessario quindi abbandonare la lente dell’antropocentrismo, affinché nel momento educazionale il referente umano fornisca le giuste competenze relazionali, insegnando comportamenti più spendibili nel contesto sociale.  Non ci si potrà aspettare che gli animali si comportino come oggetti inanimati o come noi desidereremmo: ad esempio, come per i nostri figli, anche per il cane che vive la fase adolescenziale vi è la necessità di definire la propria identità attraverso lo scontro, anche con lo stesso padrone. Per tali ragioni, infatti, nel corso del panel la professoressa ha evidenziato come non si parli mai degli eventuali percorsi riabilitativi che, dinanzi a specifici eventi, dovrebbero coinvolgere tutto il gruppo sociale di riferimento e non solo il cane.
In tal senso, la proposta oggi particolarmente discussa, relativa al possedimento di una specifica patente, può essere utile affinché si accentui il senso di responsabilità nell’uomo, perché questi accetti la natura del cane senza cercare di modificarla, rendendosi conto di quanto sia naturale che esso possa assumere atteggiamenti scarsamente prevedibili in determinate situazioni. L’apprendimento di questa consapevolezza conduce l’uomo a spendere maggiore attenzione nel rapporto con l’animale, soprattutto se affiancato ad altri soggetti altrettanto imprevedibili, quali ad esempio i bambini: infatti, soprattutto un cane con delle scarse competenze sociali interspecifiche, laddove si sentisse minacciato, potrebbe comunque essere portato a ringhiare e non è detto che il bambino sia in grado di capire che il cane stia reagendo ad un suo comportamento apparentemente innocuo. Per questi motivi si comprende come non esistano in generale cani più o meno pericolosi, laddove piuttosto sia inevitabile e necessario che qualsiasi cane debba essere comunque sottoposto ad attenzione nel rapporto con altri soggetti fragili. Ogni animale poi ha una sua personalità, come gli umani. Da ciò è facile comprendere come anche nell'ambito della stessa razza possano esserci reazioni differenti a percezioni emozionali diverse. Ci si deve rendere conto del vissuto esperienziale dell'animale, per cui anche se determinate razze hanno un contenuto motivazione prosociale più elevato, non si sta acquistano un gioco modellabile a nostro piacimento. 
Alla base poi del rapporto con i nostri amici a quattro zampe, è sempre necessaria la curiosità di scoprire l’altro. Non bisogna forzare la condizione dell'animale: noi pensiamo di elevare il cane alla nostra specie e di conseguenza lo umanizziamo. In realtà, al posto di investire in dei prodotti di cui il cane farebbe volentieri a meno, la professoressa d’Angelo ha invitato a farlo in attività che possano aiutarlo ad acquisire delle effettive competenze, come ad esempio potergli fare frequentare un campo in cui esprimere le sue propensioni naturali. Infine, nell’ambito del tema delle adozioni, si è evidenziato come i più dimenticati in canile siano proprio i cani anziani, laddove invece questi si distinguono per caratteri molto più tranquilli e mansueti, anche più adeguati alle esigenze di padroni più grandi di età. Per queste ragioni, è opportuno che si cambi la prospettiva di riferimento con cui guardiamo i canili, che devono essere visti in una chiave diversa, come dei luoghi di incontro. Quando si prende un cane bisogna essere consapevoli di ciò che vogliamo dargli e del percorso che intendiamo proporre loro. Il cane è un essere senziente, sia emotivamente che cognitivamente e l’uomo deve accettarlo nella sua natura, senza imporne un cambiamento.

 

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