“Io non voglio uscire” di Anna De Santis, il racconto di una madre e di come un figlio può farla crescere
di
Claudia Siano
Io non voglio uscire
(Giuseppe de Nicola Editore, 2024) di Anna De Santis è un libro che interroga
il lettore già a partire dal titolo, evocativo e carico di tensione emotiva.
Racconta la storia vera di una madre e di un figlio, ma soprattutto descrive un
percorso di trasformazione interiore che nasce dal conflitto, dalla paura e
dall’amore, condividendo un’esperienza personale e cercando un dialogo profondo
con chi legge.
La voce narrante è quella di Sara,
madre di famiglia che vive a Torre Annunziata, chiamata a confrontarsi con la
transizione della figlia Martina, decisa a diventare Manuel. De Santis sceglie
consapevolmente il punto di vista materno, evitando scorciatoie consolatorie:
Sara non è un personaggio idealizzato, ma una donna attraversata da dubbi,
resistenze e fragilità. Proprio questa onestà rende il testo profondamente
umano.
Il libro affronta un tema complesso e
delicato senza cedere al perbenismo. Non propone soluzioni né impartisce
lezioni, ma mette in scena il difficile processo di accettazione di una realtà
che sconvolge equilibri familiari, aspettative e identità. Ne emerge una
riflessione potente: non è scontato che un genitore sia sempre pronto a
comprendere, così come non è giusto giudicare chi fatica ad accettare un
cambiamento così radicale.
La vicenda raggiunge il suo punto più
alto durante il periodo del Covid, quando l’isolamento, l’incertezza e la
solitudine amplificano i conflitti interiori. In una società già segnata da
relazioni sempre più mediate dallo schermo, la pandemia diventa lo sfondo
ideale per raccontare una distanza emotiva che spesso esiste anche nella
vicinanza.
Il percorso di Martina verso Manuel ˗
«da F a M» ˗ è difficile e doloroso, ma altrettanto complesso è quello della
madre, che si scopre sola nel suo smarrimento, incapace di darsi risposte
immediate. Sara teme il giudizio del mondo, ma progressivamente comprende che
il primo ostacolo è dentro di sé, nei propri pregiudizi e nelle proprie paure.
La scrittura è limpida, diretta e
ricca di pathos, capace di restituire con efficacia il peso emotivo delle
scelte e delle rinunce. Il romanzo può essere letto anche come una riflessione
narrativa sulla gender culture, senza
mai perdere la forza del racconto. Non è una guida, ma una testimonianza: un
percorso tortuoso che, nonostante tutto, lascia spazio alla possibilità di
crescita. L’autrice non propone soluzioni a un problema; attraversa
semplicemente il dolore, ne tocca gli abissi più profondi e prova pian piano a
risalire accanto al figlio, amandolo per quello che è.
Si parla di identità, di disforia di
genere, dell’importanza del linguaggio e dei pronomi, della delicatezza che un
cammino tanto coraggioso richiede. Come sottolinea De Santis, la disforia di
genere non è un capriccio, ma “un dato di fatto” che non può essere ignorato o
silenziato.
Io non voglio uscire ha permesso di condividere e alleggerire un peso emotivo enorme, invitando a mettersi in discussione e a guardare le proprie certezze da un’altra prospettiva, ricordando che ˗ come afferma Sara ˗ «la vita ha una regia dalla fantasia ineguagliabile» e che spesso è proprio attraverso la sofferenza che si impara a crescere.
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