Di Fabio Gaudiosi
Per quanto possiamo
essere abituati a sovrapporre il genio alla perfezione, alcune delle più grandi
invenzioni o creazioni artistiche della storia dell’uomo sono in realtà rimaste
incompiute, lasciando ai posteri il complesso onere di riempire gli spazi di un
passato senza voce. Gli artisti, a volte percepiti come uomini distanti dalle
dinamiche della società, ne sono invece spesso rimasti coinvolti loro malgrado,
accompagnando le loro opere ad eventi o aneddoti che le hanno rese però ancora
più immortali.
In quella che potrebbe
essere una lista infinita di esempi, non si può non prendere le mosse da uno
dei casi più eclatanti della storia della musica, relativo a Le nozze di
Richard Wagner, celebre compositore del Romanticismo musicale tedesco, che
interruppe la stesura della sua opera prima dopo il solo parere negativo della
sorella, da cui il giovane prodigio era fortemente influenzato, tanto da
destinare i suoi scritti a rimanere per sempre solo delle bozze. Ancora, in
questo stesso ambito operistico, non si può poi non pensare - nell’anno del
centenario - alla Turandot, che Giacomo Puccini lasciò monca del duetto
finale tra Turandot e Calaf a causa della sua improvvisa scomparsa, privando
del finale una delle composizioni più belle di sempre. I posteri, aiutati da
alcuni appunti che il musicista aveva lasciato prima di morire, hanno cercato
di porre rimedio immaginando una conclusione all’altezza, ma spesso si sono
arresi, preferendo conservarne l’autenticità.
Si consideri poi in
questa nostra lista speciale uno dei classici più celebri della letteratura di
genere, Il mistero di Edwin Drood di Charles Dickens, il cui assassino
rimarrà sempre nascosto poiché l’autore non ha fatto in tempo a completarne la
storia prima di morire. O, ancora, Il Processo di Franz Kafka, lasciato
incompiuto dallo scrittore boemo che ne aveva ordinato persino la distruzione, finendo
così però per accentuare ancor di più l’alone di mistero che aleggia ancora
oggi attorno alla figura di Josef K.
In effetti, anche la
storia dell’arte è gremita di casi in cui opere rimaste a metà sono comunque
divenute testimonianze memorabili del genio dei propri autori, emanando
egualmente l’alone dell’infinita bellezza che le caratterizza. Infatti, persino
Michelangelo non riuscì a concludere la sua Pietà Rondanini, oggi
esposta al Castello Sforzesco in un connubio delicato e nascosto tra il corpo
della Madonna e quello del Cristo, rimasto abbozzato nel suo massimo potenziale
artistico. Non si escluda da questo elenco anche l’Ultima Cena di
Leonardo, che nella sua versione originale risultava essere priva del soffitto,
il quale sarebbe stato aggiunto solo in un momento successivo.
Eppure, non è un caso se
nell’incompletezza si nasconda, spesso, il fascino più ardito del mistero
artistico. Come in un rovesciamento dai canoni che la società sembra imporci,
esponendoci a una valutazione volta a ricercare l’errore in qualsiasi contesto,
le opere incompiute ci spingono piuttosto a immaginare la perfezione
nell’imperfezione, provocando la nostra immaginazione sull’entità potenziale
che potrebbe realizzarsi in tal modo. Ricordandoci che, per quanto geni, il
sangue che è scorso nelle loro vene appartiene pur sempre all’uomo, per sua
natura fallibile, ma anche unico in ogni suo individuo. È nell’errore,
nell’incompiutezza, nell’infinita possibilità di realizzazione, che si nasconde
la massima aspirazione dell’animo umano, che vorrebbe rigettare qualsiasi
classificazione di staticità. Ed è nel presupposto della trasformazione che si
individua la più complessa componente dell’identità umana, che struttura la sua
evoluzione in un costante slancio verso l’ignoto. Esiste in Giappone un
concetto che fotografa esattamente ciò che ci folgora dinanzi alla bellezza
dell’incompiuto, definendosi come un vero e proprio elogio dell’imperfezione: è
la wabi-sabi, l’emozione che si prova quando l’uomo coglie la bellezza delle
cose accogliendo l’imperfezione della vita e dei suoi inevitabili imprevisti.
Allontanandosi dall’immaginario che essa sia la linea retta delle nostre
aspettative, ma accogliendo l’unicità delle sue curve. Aiutandoci a intuire
che, a volte, non esiste niente di più bello di un’opera d’arte incompleta, in
cui finalmente immaginare il futuro.
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