Intervista a Giovanna Potenza, autrice di “Malefiche: Storia della caccia alle streghe”

 

Di Fabio Gaudiosi

A poco più di un mese dalla sua pubblicazione, Malefiche: Storia della caccia alle streghe, edito da Ponte Alle Grazie (19 euro), continua a confermarsi come uno dei più sorprendenti casi editoriali dell’anno. Il saggio si propone di analizzare il fenomeno della caccia alle streghe attraverso i secoli, conferendo finalmente alla ricerca storiografica sul tema un carattere più organico. Attraverso le pagine del libro, l’autrice Giovanna Potenza sembra accompagnare per mano le donne di cui scrive, raccontando al lettore quella storia che non si trova nei libri di scuola, quella di persone comuni che improvvisamente divennero pericolose agli occhi della società perché viste come streghe.

Giovanna, ma come si diventava una strega?

Le streghe altro non erano che delle erboriste oppure delle curatrici. Molto spesso venivano definite nei documenti inquisitoriali come domine erbarum, cioè delle donne che si dedicavano alla medicina popolare nell’ambito di un’epoca lunghissima, che giunge fino alla prima rivoluzione industriale, durante la quale solo i ricchi mercanti o le classi aristocratiche avevano la possibilità economica di rivolgersi a dei medici. Persone della comunità con pochi mezzi, che però conoscevano le erbe, tramandandosi una cultura popolare normalmente trasmessa per via ereditaria. Poteva accadere che ricorressero anche a formule arcane, che univano sia delle invocazioni di natura pagana, sia delle invocazioni cristiane, creando una sorta di sincretismo che in realtà le ha sempre caratterizzate. Per molto tempo queste donne sono state tollerate dalla Chiesa, che ha giudicato tali pratiche superstizione ma tutto sommato ammissibili, fino alla fine del Trecento, quando l’accusa di stregoneria venne equiparata a quella di eresia e di apostasia, per cui coloro che ne furono accusati, avendo potuto ricorrere all’ausilio del demonio, vennero considerati eretici a tutti gli effetti.

Qual è stato il processo di recupero delle fonti e come è riuscita a dare al libro un taglio di carattere divulgativo mantenendo al contempo una grande scientificità?

Non desideravo creare qualcosa semplicemente per gli addetti ai lavori, preferivo una pubblicazione che raggiungesse per quanto possibile il grande pubblico. Dal mio punto di vista la storiografia ha una funzione, o meglio, la funzione dello storico ha anche una funzione etica in un certo modo. Infatti, essa deve servire a darci una lezione sul passato, affinché non si ripetano gli stessi errori. Ecco, il personaggio della strega è stato spesso visto in chiave folcloristica, divenendo addirittura un termine bandito in contesti diversi. Di frequente era un termine che etichettava le persone, le donne particolarmente autonome, indipendenti oppure esteticamente non attraenti, quelle che si pensava usassero delle arti magiche per sedurre l’altro sesso… è sempre stato un termine con una forte connotazione sotto il profilo semantico e io ho cercato di andare all’origine del fenomeno, affrontandone la trattazione, per la prima volta, su una chiave nazionale.

Come ha fatto a trasmettere tra le pagine un contatto forte con le donne imputate, utilizzando verbali e testimonianze che spesso furono filtrate e svuotate della loro originalità?

Non volevo in nessun modo che il mio saggio apparisse condizionato da una visione di genere, desideravo che parlassero i documenti, per cui come studiosa intendevo semplicemente presentare al lettore quello che avevo trovato. Per questo, se le fonti parlano - o gridano addirittura - per quale ragione devo forzare l’interpretazione? È un dato di fatto che la stragrande maggioranza di coloro che erano accusati erano donne, naturalmente, proprio perché queste ultime erano coloro che si dedicavano maggiormente alle pratiche di cura popolare ed empirica.

C’è una storia tra quelle che ha riportato all’interno del saggio che l’ha colpita maggiormente?

Storie che mi hanno colpito ce ne sono tante, io credo purtroppo che essere donne nel passato non sia stata una cosa particolarmente facile, soprattutto se non si aveva una rete di protezione alle spalle che era quella della famiglia. Qualche volta, per esempio, se la donna diventava vedova e magari aveva dei mezzi finanziari di un certo rilievo, poteva diventare un bersaglio appetibile, per cui l’accusa di stregoneria poteva essere un modo molto veloce di sopprimerla. Per dare un’idea del fenomeno in genere però mi riferisco sempre all’ultima accusa di stregoneria in Europa, che è del 1944. Helen Duncan era una sensitiva scozzese, nel pieno della Seconda guerra mondiale, e apparentemente durante una seduta spiritica rivelò dei dati sensibili; per questa ragione cadde sotto l’attenzione del governo britannico, che la tenne in prigione per vari mesi in base al cosiddetto Witchcraft Act, una legge del Settecento. Fu un caso eclatante che addirittura attirò l’attenzione di Winston Churchill… la donna poi fu rilasciata, però immaginare un’accusa del genere nella civilissima Inghilterra degli anni Quaranta credo che sia particolarmente interessante.

Com’è stata possibile una diffusione della caccia alle streghe tanto capillarizzata e perché il nemico della religione si è plasmato proprio nella figura della donna?

L’eresia preoccupava profondamente la Chiesa Cattolica. Si dispose così un controllo capillare soprattutto in ambito rurale poiché queste aree tradizionalmente sfuggivano al suo sorveglianza. Tra il 1400 e 1450 c’è una proliferazione anche di trattati demonologici, nel 1484 Papa Innocenzo VIII emana la bolla Summis desiderantes affectibus, che sancisce ufficialmente l’esistenza delle streghe, gettando le basi teologiche e giuridiche per la loro persecuzione. Grazie anche alle radici della Patristica e della Scolastica medievale viene marginalizzata la posizione della donna, in effetti reputata inferiore all’uomo già nella stessa Genesi, con Eva che nasce dalla costola di Adamo. Soprattutto, la donna viene considerata come colei che spalanca per i propri discendenti la porta al demonio, perché è Eva che convince Adamo a nutrirsi della mela, per cui con un fondamento del genere è chiaro che essa venisse sostanzialmente considerata più fragile e più esposta alle tentazioni demoniache.

Quale ruolo assunsero i giuristi dinanzi alla folle repressione della stregoneria?

I tribunali civili e i tribunali dell’inquisizione in qualche modo hanno operato a volte in modo sinergico, altre volte in netta contrapposizione, addirittura i primi talvolta sono stati anche più severi dei secondi. C’era però una contraddizione, poiché nei tribunali religiosi vigeva il principio dellEcclesia non sitit sanguinem, per cui la Chiesa materialmente non eseguiva la condanna capitale. Condannava l’imputato e lo consegnava al braccio secolare con una formula di rito, chiedendo di impetrare clemenza, ma naturalmente quest’ultimo era costretto ad eseguire la sentenza che era stata emessa. In effetti, nessuno dei due è stato esente da una forma di responsabilità storica.

Anche l’internamento psichiatrico delle «donne scomode» del XX secolo può essere considerato come una caccia alle streghe?

Senz’altro il manicomio, come volgarmente detto, ha sostituito in qualche modo le accuse di stregoneria. Esisteva, intanto, l’“isteria stregonica”, che era proprio una delle patologie contemplate; quindi, curiosamente anche la medicina ci ha fornito un’ulteriore etichetta adatta a loro. Se vogliamo la caccia alle streghe non è mai finita, è l’eterna ricerca di un capro espiatorio, no?

Tanto durante i processi quanto in epoca settecentesca l’infanzia era considerata come un momento di grande vulnerabilità verso la magia, a maggior ragione nel caso delle bambine. Quali sono dunque le ragioni che giustificano tale nesso tra bambini e magia?

L’infanzia è stata protagonista di processi celebri, a Salem per esempio una delle più giovani accusate aveva cinque anni. Spesso testimonianze e accuse hanno coinvolto bambini, nei cui confronti c’era un interesse molto forte per varie ragioni. Prima di tutto venivano considerati vittime e contemporaneamente testimoni attivi. Vittime perché una delle credenze più tipiche era che le streghe si nutrissero del sangue dei neonati, che li sacrificassero durante i sabba, potendo anche essere utilizzati nella preparazione di unguenti. Contemporaneamente però si riteneva che potessero anche essere iniziati e istruiti alle pratiche occulte. Tra il XV e il XVII secolo nel contesto giudiziario italiano il bambino assume una rilevanza crescente, trasformandosi in un potente strumento nelle mani degli inquisitori, tanto è vero che abbiamo una quantità notevole di loro deposizioni. È chiaro che i bambini potevano essere facilmente manipolati, infatti nei documenti troviamo dei copioni che sono sempre tutti uguali e che suggeriscono dunque un’orchestrazione da parte di coloro che interrogavano, i quali utilizzavano delle formule precostituite, condizionando i bambini che molto spesso poi arricchivano i propri racconti anche con la fantasia personale. Al contempo, quando c’erano delle donne in famiglia accusate di stregoneria questi venivano seguiti anche dopo, poiché era chiaro che all’interno del nucleo familiare venissero considerati come i soggetti maggiormente a rischio del cosiddetto “contagio stregonico”, che aveva luogo, secondo gli inquisitori, tramite l’allattamento da parte della madre. In effetti, si può sostenere che nessuno potesse dirsi esente o immune dall’accusa di stregoneria.

 

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