“L’inferno che è dentro di me” di Antonio Fusco, le parole dell’autore dietro le quinte del suo nuovo thriller
Di Claudia Siano
Antonio Fusco, criminologo forense, dirigente della Polizia di Stato in quiescenza e scrittore di numerosi romanzi tradotti anche all’estero, si supera ancora una volta con un thriller catartico intitolato L’inferno che è dentro di me edito da Giunti Editore, cui prima edizione risale a maggio 2026 ed è parte di una serie bestseller. Torna il Commissario Casabona, ma soprattutto torna la penna di un autore che ha già abbondantemente dimostrato di saper sorprendere continuamente chi lo legge. Siamo a Valdenza, una città immaginata dallo scrittore in Toscana, ed è il 6 gennaio…una donna è morta, strangolata, e non è l’unica vittima di questa storia. Ci sarà un legame tra le vittime?
La morte è un tema portante del libro, esiste quasi una filosofia in merito nel romanzo, cos’ è la morte per il pianista che compare nel libro, un personaggio geniale che apre la storia, cosa vuole davvero raccontare questa figura e perché il pianista apre L’inferno che è dentro di me?
Il pianista è una
figura estrema, disturbante, ma non è lì soltanto per impressionare il lettore.
Per lui la morte non è semplicemente la fine della vita, è una rivelazione,
quasi una forma di conoscenza. La guarda come qualcosa che svela ciò che siamo
davvero, togliendo di mezzo tutte le maschere, tutte le finzioni, tutte le
convenzioni con cui cerchiamo di dare ordine alla nostra esistenza.
Naturalmente questa è una visione malata, deformata. Però mi interessava
raccontare proprio questo, il modo in cui una mente può costruire una filosofia
del male per giustificare l’orrore. Il pianista apre il romanzo perché
rappresenta una sorta di porta d’ingresso nell’abisso. La sua voce introduce il
tema più profondo del libro, il male che non nasce sempre dal nulla, ma può
avere radici lontane, può nutrirsi di traumi, di solitudine, di rancore, di un
dolore mai davvero elaborato.
Tempi e luoghi non sono un contorno nel tuo romanzo ma definiscono scene e immagini vivide della tua narrazione. Il giallo è ambientato a Valdenza in piazza del Duomo e il mistero che avvolge il libro inizia il giorno dell’Epifania. Quanto è importante l’inserto attento di sequenze descrittive per te, come le elabori e che ruolo occupano all’interno della tua narrazione?
Valdenza è una
città immaginaria, ma nasce da luoghi reali, da atmosfere riconoscibili, da
certe piazze toscane dove la bellezza convive con le ombre, con il non detto,
con una provincia che può essere accogliente e ostile nello stesso tempo. Le
pietre di queste città portano la memoria di grandi conflitti che affondano le
loro radici nel passato. L’Epifania, la piazza piena di famiglie, i bambini, la
festa, la discesa della Befana, tutto questo mi serviva per creare un contrasto
forte con il delitto. Il male, in quel momento, non irrompe in un luogo
abbandonato o già oscuro. Entra in uno spazio pubblico apparentemente protetto.
E questo lo rende ancora più inquietante.
Le descrizioni le
lavoro cercando sempre un equilibrio. Non devono fermare la storia, devono
farla respirare. Devono permettere al lettore di vedere, ma anche di sentire.
Un odore, una luce, un rumore, una strada bagnata, una piazza piena di gente,
sono elementi che aiutano a costruire tensione e verità. La descrizione, se
funziona, non è ornamento. È parte dell’indagine, della psicologia dei
personaggi e dell’atmosfera del romanzo. Ma non deve essere strabordante, come
spesso accade. Non deve servire a gonfiare il testo per renderlo più corposo,
altrimenti spezza il ritmo della narrazione e distrae il lettore. Pochi tratti,
essenziali, per evocare, per definire i contorni e l’essenza, il resto lo
lascio alla fantasia del lettore.
L’indifferenza, l’ingiustizia, la voglia di rivalsa sono probabilmente le anime di questo thriller dalle sfumature noir, ma il messaggio più profondo di questo romanzo per il suo autore qual è?
Non parlerei di messaggio, perché i romanzi non dovrebbero mai trasformarsi in prediche. Però è vero che dentro questa storia c’è una domanda che mi ha accompagnato dall’inizio alla fine: “le ragioni del male si esauriscono nei gesti estremi che vediamo, oppure nascono molto prima, in un inferno interiore che resta nascosto, pronto a riemergere e a propagarsi in altri tempi e sotto altre forme?”
Tommaso Casabona, il commissario protagonista, deve reinventarsi ancora una volta, in una casa nuova, lo troviamo un po’ smarrito, oserei dire, per la prima impressione che ho avuto, “ammaccato dalla vita”. Che momento è per il tuo commissario? Quale Casabona troveranno i tuoi lettori?
È un Casabona più solo, più disincantato, sicuramente più fragile, anche se lui non lo ammetterebbe mai. La separazione da Francesca ha cambiato il suo modo di stare al mondo. Si è ritrovato in una casa nuova, in una vita più piccola, più silenziosa, con molte certezze crollate alle spalle e poche prospettive chiare davanti a sé. Eppure, continua a lavorare con lucidità, con rigore, con quella forma di ostinazione che lo caratterizza. I lettori troveranno un Casabona più esposto alle intemperie della vita, più umano. Un uomo che sa leggere le fratture degli altri, ma che deve fare i conti anche con le proprie.
L’amore non manca, è probabilmente ciò che tiene in vita un po’ tutti i personaggi del tuo nuovo libro. L’amore per una donna, l’amore per una madre, racconti varie sfaccettature di questo sentimento, eppure mi ha colpito una frase in particolare: “il vero mistero dell’amore non sta nel suo inizio ma nella sua fine”. Che parte della vita occupa in questo romanzo l’amore per il Casabona, ci crede ancora?
Casabona ha sperimentato direttamente che anche gli amori più profondi possono consumarsi, cambiare forma, finire senza che ci sia necessariamente un colpevole. La frase sul mistero dell’amore nasce proprio da questa consapevolezza. All’inizio dell’amore tutte le spiegazioni ci sembrano ovvie, quasi scontate: il desiderio, l’attrazione, la speranza, la bellezza dell’incontro, l’entusiasmo, il progetto comune. La fine, invece, resta spesso più enigmatica e sorprendente. Ci si chiede quando sia accaduto davvero, in quale momento qualcosa si sia spento, quale gesto, quale silenzio, quale stanchezza abbia cominciato a scavare la distanza. Soprattutto, ci si chiede come sia possibile che possa cambiare così rapidamente e radicalmente il sentimento che ci lega a una persona, fino a trasformare quella che era una presenza vitale in un problema fastidioso e ingombrante.
Che tessera rappresenta nella tua serie del Commissario quest’ultimo libro, da quanto lo avevi in mente questo romanzo e dove si colloca all’interno della tua opera omnia?
Questo romanzo
segna un ritorno a Casabona, ma non un ritorno al passato. Non volevo
riprendere il personaggio come se nulla fosse accaduto. Mi interessava
ritrovarlo cambiato, farlo entrare in una storia che avesse il peso del tempo,
delle conseguenze, delle ferite accumulate. L’idea del romanzo l’avevo in mente
da tempo, almeno per quanto riguarda alcuni nuclei profondi, il rapporto tra
passato e presente, il tema dell’infanzia ferita, il male che nasce da qualcosa
che è stato rimosso o nascosto. Poi, come spesso accade, la storia ha trovato
la sua forma poco alla volta, attraverso i personaggi, i luoghi, le connessioni
narrative. All’interno della serie lo considero un romanzo di maturità. Non
solo perché Casabona ha già una lunga storia alle spalle, ma perché qui il noir
diventa anche uno strumento per guardare dentro le zone più fragili
dell’esistenza. Per me è un libro che chiude alcune ferite e ne apre altre. E
forse è giusto così, perché un personaggio seriale resta vivo solo se continua
a cambiare, a perdere qualcosa, a cercare una nuova forma di equilibrio.
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