La costruzione dei nostri mondi. La vita attorno a noi cambia in base ai nostri occhi, mutando forma insieme alle consapevolezze che acquisiamo nello spazio e nel tempo
Di Fabio Gaudiosi
Quanto di ciò che vediamo è realtà? Siamo abituati a pensarci infallibili, macchinari precisi al millimetro di un universo pensato a nostra misura. In effetti, la nostra convinzione di essere un insieme collaudato di elementi è corretta, ma tende a scontrarsi con il paradosso delle nostre imperfezioni. La verità è che siamo il risultato di un processo evolutivo estremamente complesso, plasmato sulla base delle diverse necessità che il nostro cervello ha dovuto fronteggiare nel corso del tempo. Le soluzioni di cui oggi disponiamo, frutto di secoli di graduale apprendimento delle tecniche di sopravvivenza, rappresentano apici di un percorso improntato sulla base di un rapporto strumentale alle necessità circostanti, rendendo i nostri meccanismi vitali tanto curiosi quanto unici, poiché intrinsecamente connessi agli ambienti in cui abbiamo vissuto. In questi termini, le neuroscienze si occupano proprio di abbandonare la prospettiva antropocentrica, che tenderebbe a considerare l’uomo come apice della piramide della natura, preferendo uno studio che lo equipari alle altre specie animali, relazionandone i comportamenti alle finalità per cui si sono originati. Queste prospettive di ricerca conducono infatti a delle scoperte estremamente affascinanti, che ancora una volta ci restituiscono l’immagine del percorso evolutivo attraversato per arrivare dove ci troviamo ora.
In tale contesto, una delle scoperte più eclatanti su cui i divulgatori della materia spingono maggiormente per attirare l’attenzione dei propri lettori, rappresenta la costruzione della realtà. Tutti, infatti, siamo intimamente convinti di possedere una visione oggettiva dello spazio circostante. Esso, così come proiettato ai nostri occhi, sarebbe la risposta chiara ed evidente di ciò che ci è attorno, divenendo certezza incontestabile del visibile. Eppure, le neuroscienze hanno avuto modo di analizzare come, al contrario, solo il dieci per cento di ciò che vediamo derivi dai nostri occhi, laddove il resto proverrebbe da altri emisferi del nostro cervello. I motivi di tale scissione dipenderebbero dalla nostra struttura anatomica: infatti, seppur la nostra retina contenga circa centotrenta milioni di fotorecettori, il nervo ottico, deputato a trasportare le informazioni dagli occhi al cervello, è costretto a eseguire una compressione delle informazioni estremamente elevata. Per questo motivo, alla corteccia visiva arriverebbero flussi di dati estremamente frammentati, obbligando il cervello a riempire i vuoti con una strategia “predittiva”, per cui quello che noi vediamo sarebbe il ricordo dello spazio memorizzato dalla nostra mente, tutt’al più corretto dalle (seppur parziali) nuove informazioni appena rilevate. Dunque, la nostra concezione della realtà non sarebbe altro che il frutto di un’illusione fornitaci dal nostro cervello per orientarci nello spazio, in modo tale da compensare le lacune dei dati che gli sono pervenute.
In tal senso, ciò che ci circonda non corrisponderebbe necessariamente a ciò che è: la costruzione del mito dell’oggettività, coincidente con una specifica concezione della nostra natura come intoccabile e perfetta, ci spinge anzi a riflettere sulle reali dinamiche che ci caratterizzano, conducendoci ad una crisi, per cui tutto ciò che è attorno a noi sarebbe letteralmente il risultato dell’immaginazione dei ricordi del nostro cervello, che costruisce la realtà. Il relativismo dei nostri pensieri tende quindi a sposarsi con il relativismo dei nostri sguardi, da cui proviene il primo filtro di ciò che siamo in grado di comprendere. La vita attorno a noi cambia in base ai nostri occhi, mutando forma insieme alle consapevolezze che acquisiamo nello spazio e nel tempo che viviamo, ponendoci dinanzi a nuovi interrogativi da rispondere, perché se il mondo attorno a noi è frutto della soggettività, quale significato assume ciò che ci circonda? Se tutto è conseguenza dei ricordi del nostro cervello, cosa esiste davvero, cosa è reale?
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