È morto David Hockney, il più grande pittore del mondo

 


Di Fabio Gaudiosi

L’arte che incontra le immagini. Il colore condotto alla massima espressione di sé stesso. David Hockney si è spento a Londra l’undici giugno 2026, lasciando il mondo dell’arte privo di una delle figure più importanti dell’ultimo secolo. Nato nel 1937 a Bradford, fin da ragazzo sapeva di essere un artista, tanto che a 16 anni già si iscrisse alla Bradford School of Art e a 18 si trasferì a Londra, dove studiò al Royal College of Art, una delle più prestigiose accademie al mondo. I suoi punti di riferimento erano Picasso, Van Gogh, Rembrandt, Cézanne, ai quali riconosceva la capacità di raffigurare la vita reale nella sua dimensione più intima, ma il faro a cui avrebbe guardato per tutta la sua esistenza artistica fu Piero della Francesca, il cui Battesimo di Cristo era appeso nel suo studio, come un eterno paradigma di bellezza da guardare ogni volta per ritrovare la strada.

David Hockney era un artista a tutto tondo, a cui piaceva rappresentare i colori nella loro essenza, sfidando la realtà a esprimersi nella sua bellezza e portando così l’arte a diventare gioiosa. Di aneddoti la sua vita ne è piena, a testimonianza di un personaggio eclettico e geniale, a cui il grigio della tradizione era andato sempre troppo stretto. È per questo che la sua massima ispirazione la raggiunse nei paesaggi californiani, che forse nessuno è riuscito a raccontare come lui, con la sua poesia e creatività. Attraverso le sue iconiche rappresentazioni delle piscine, Hockney inserì nella storia dell’arte un elemento totalmente nuovo e per questo inesplorato: lo studio che ne fece non replicava lo sguardo stanco dei californiani che le vedevano ogni giorno, ma il fascino inconsueto di ciò che rappresentavano, quell’ambizione viscerale a scoprire un mondo per lui nuovo. Perciò, raffigurare l’immagine di un tuffo, dell’acqua increspata a contatto con il corpo o l’effetto onda di un uomo che nuota, rappresentava la sfida più elettrizzante che ci fosse, perché decodificava il desiderio dello sconosciuto, del simbolo pop che diventava arte, della tecnica che non aveva maestri in quel campo se non lui.

L’arte che viene riportata alla sua massima potenza, la definizione della realtà sotto lo sguardo delle emozioni. Il tema dell’omosessualità, trattato senza forzature, imponendo una natura che non pretendeva di essere accettata, ma solo constatata, creando una profonda spaccatura con il passato, quando Bacon si trovava costretto a immaginarsi rinchiuso dentro una prigione costruita dalla società. L’arte di Hockney fu anche politica proprio perché si limitava a rappresentare sé stesso, senza costruire personaggi estranei alla sua personalità, senza chiedere a nessuno se potesse o dovesse esistere.

La sua carriera è stata una continua ricerca, ispirata da personaggi mitici (si pensi all’Ubu re di Alfred Jarry o alle fiabe dei fratelli Grimm), nuove frontiere artistiche (il riferimento va senz’altro all’uso che fece delle Polaroid), fino all’utilizzo dell’iPad come nuova tela su cui disegnare negli ultimi anni di vita. A Londra, nella Serpentine Gallery, a marzo era stata inaugurata la mostra A year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting. L’esposizione realizza la volontà del pittore di portare nella capitale britannica A Year in Normandie, frutto dell’assemblaggio di più di cento composizioni tra il 2020 e il 2021. In ogni opera si respira la passione, l’amore viscerale per l’arte nella sua essenza. «Dipingo le cose che amo» diceva, ammettendo di aver «fatto quello che volevo ogni giorno», senza mai piegarsi a nient’altro se non alla bellezza. Lasciandoci un testamento di colori attraverso i quali riavvolgere il nastro della sua vita, che è tutta raccontata nei quadri che ha dipinto e nella luce che emana ciascuno di essi.

 

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