Di Fabio Gaudiosi
È di febbraio 2026 la
sentenza che sta facendo Giurisprudenza nelle corti americane, con delle
notevoli ripercussioni sulla giustizia. Infatti, all’interno del provvedimento
di cui si scrive, il giudice federale Jed Rakoff ha stabilito che une delle
parti dovesse presentare in aula tutti i documenti di attinenza al processo
comparsi all’interno di una conversazione privata con Claude, il chatbot di
Anthropic. La decisione pone alla base delle sue motivazioni il presupposto per
il quale non si potrebbe estendere, alle conversazioni intavolate con l’IA,
l’applicazione del cd. attorney-client priviliege, secondo il quale le
dichiarazioni rese davanti al proprio avvocato sarebbero garantite dal segreto
professionale. Per il giudice statunitense la figura dei chatbot non potrebbe
essere sovrapposta a quella dell’agente legale, nonostante le persone li usino
ormai anche in tal senso. Per questo motivo tutti i dati e le informazioni che
siano state condivise con l’IA potranno essere oggetto di documentazione in
aula, diventando così materiale del processo. Gli studi legali americani, a
seguito del provvedimento, si sono immediatamente affaccendati ad avvisare i
propri clienti, affinché questi interrompessero immediatamente le loro
conversazioni in merito ai processi in corso, evitando così di divulgare a
terzi le proprie carte.
Questa decisione,
senz’altro condivisibile su un piano legale - per quanto contrapposta a una
diversa giurisprudenza statunitense che contemporaneamente stabiliva in senso contrario
- presenta però delle complessità da un diverso punto di vista, di carattere
sociale. Come evidenziato da Marco Montemagno ne L’Espresso, le stesse
interfacce dei chatbot sembrano essere immaginate per creare un’intimità con
l’utente, invitandolo a condividere dati sensibili, senza informarlo che quelle
informazioni potranno essere utilizzate un giorno (letteralmente) anche contro
di lui. L’IA tende a invitare i soggetti ad aprirsi, a condividere tutto ciò
che le stesse persone non sono in grado di comunicarsi a vicenda. Il
ragionamento per il quale chi le ascolterà non sarà altro che una macchina,
induce i soggetti a perdere la consapevolezza delle proprie frasi, staccando la
spina e lasciandosi andare oltre i limiti della prudenza. Il punto è che i
chatbot ci consentono oggi di avere un portale sempre aperto con il quale
confrontarci, permettendoci di sfogare le nostre emozioni senza esporsi al
giudizio altrui.
Addirittura, oggi si nota
come le persone vengano indotte a scambiare le varie IA anche come dei veri e
propri psicologi, confondendo le risposte (ormai non più fredde) della macchina
con quelle di una persona. In tal senso, non è detto che le prospettive dei
chatbot siano sempre sbagliate, essendo il frutto di una rielaborazione di
milioni di conversazioni pregresse, ma sono senz’altro prive della giusta
capacità di adeguarsi al singolo individuo. Inoltre, il motivo stesso che
induce le persone a questi tipi di conversazioni, ossia la possibilità di
ottenere delle rapide suggestioni, contrasta con il lavoro di introspezione che
una seduta implicherebbe. Le conseguenze, anche in questo caso, finiscono così
per diventare principalmente negative, esponendo i soggetti ancora di più alla
solitudine delle loro insicurezze.
In definitiva, che si
tratti di consulenza legale o psicologica, bisognerebbe rendersi conto che,
ancora una volta, l’utilizzo delle diverse forme di IA andrebbe ripensato,
educando le persone ad assumere una maggiore consapevolezza dello strumento
(senz’altro potente) nelle proprie mani e delle conseguenze che questo potrebbe
avere nelle loro vite. Perché, in entrambi i casi, il valore che finisce per
essere leso di più è la difesa della persona.
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