Quando i social conducono alla depressione

 

Di Fabio Gaudiosi

Ancora una volta si legge di ragazzi suicidi dopo essere stati fagocitati in una spirale di depressione attraverso l’utilizzo dei social. Al riguardo, le statistiche appaiono tragicamente in ascesa, riportando il suicidio come una delle principali cause di morte tra gli adolescenti, con dati sempre più preoccupanti anno dopo anno. A partire dall’avvento del Covid-19, si è infatti registrata la tendenza da parte degli adolescenti a chiudersi sempre di più all’interno del mondo dei social, abitando spazi comunicativi differenti dalla vita reale. Il problema risiede nel fatto che le applicazioni verso cui si rintanano tendono ad essere particolarmente rischiose, nella cifra in cui i ragazzi vengono esposti a pressioni sociali senza precedenti. Inoltre, laddove l’algoritmo rilevi interessi e tendenze verso la depressione, si assiste alla proposizione di contenuti estremamente pericolosi, che incitano persino all’autolesionismo.

È per queste ragioni che, su pressione di alcuni genitori che hanno manifestato ancora una volta il pericolo di un uso incontrollato dei social, il Moige (Movimento Italiano Genitori) e lo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino hanno presentato un’azione di inibitoria al Tribunale di Milano contro TikTok e Meta, chiedendo la sospensione di tutti gli account di minorenni fin quando non vi sia la predisposizione di strumenti adeguati a garantire in merito al controllo dell’età dei ragazzi. Consapevoli della complessità della battaglia, i legali si dichiarano ugualmente pronti a combattere per far valere le loro ragioni, che difendono i timori di famiglie sempre più spaventate per i loro figli. Per i genitori, riuscire a entrare nella vita dei propri ragazzi diventa sempre più un’impresa, a causa dello spostamento del centro di interessi degli adolescenti verso le piattaforme social, accentuando però fratture all’interno dei rapporti generazionali sempre più incolmabili, proiettate anche nella diffusa incapacità dei genitori di adattarsi ai nuovi linguaggi dei propri adolescenti. Questi, privi di strumenti per sostenere emozionalmente i saliscendi a cui i social espongono quotidianamente, finiscono per isolarsi e rintanarsi con ancora maggiore convinzione all’interno di contesti di “a-socialità”, estremamente dannosi per la loro stabilità emotiva.

Ancora una volta, emerge la necessità di educare genitori e figli sull’importanza di percorsi psicologici che possano aiutarli a fronteggiare le proprie difficoltà, anche ben prima che agli uni o agli altri risulti evidente il manifestarsi di problemi. La comunicazione risulta essere uno strumento irrinunciabile per garantire un dialogo - seppur difficoltoso - quanto più schietto e aperto possibile. Infatti, a prescindere da chi li usi, è facile che i social divengano spazi di solitudine, esponendo alla vulnerabilità delle proprie incertezze, senza garantire strumenti per riuscire a gestirle. Soprattutto, spesso essi presuppongono l’assenza di una reale condivisione, divenendo un mero surrogato della vita reale.

Le tragiche conseguenze a cui stiamo assistendo necessitano di misure concrete che possano una volta e per tutte dare una sferzata a una tendenza sempre più pericolosa, in cui gli adolescenti vengono non soltanto lasciati soli dinanzi alle loro paure, ma costretti a crearne di nuove, ancora più grandi e spaventose. Perché casi di cronaca di questo stampo non vi siano più è senz’altro lecito aspettarsi un intervento da chi gestisce tali piattaforme, essendo però consapevoli che questa speranza potrebbe probabilmente tradursi in una mera illusione. Ma non può più aspettarsi: è necessario che al più presto venga restituita ai ragazzi una realtà che vada al di là degli schermi dei propri dispositivi, per salvarli dal baratro sempre più profondo in cui rischiano di sprofondare.

 

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