Di Fabio Gaudiosi
La vita della Satrapi
fumettista può essere raccontata partendo dallo sguardo della Marjane bambina,
protagonista della sua opera più importante, Persepolis (edito in Italia
da Rizzoli), pubblicata per la prima volta nell’ormai lontano Duemila. L’artista
iraniana, nata quando nel Paese vi era ancora lo Shah, conobbe fin da subito il
cambio di regime, crescendo sotto la dittatura di Khomeini.
Improvvisamente, la vita
di un popolo venne stravolta, svilendo i propositi della rivoluzione del 1979,
che nasceva con l’intento di liberarsi dell’autoritarismo monarchico e che
invece precipitò in una dittatura ancora più feroce, più invasiva, più assoluta.
La vita delle donne cambiò drasticamente, privandole dei propri diritti, dei
propri spazi d’identità, facendole diventare mere pedine di una scacchiera che
negava loro l’espressione della parola, dell’indipendenza, del desiderio. Agli
occhi dell’Occidente, l’Iran divenne fanatismo, follia politica e religiosa,
luogo di paura e morte, avvolto dalle nuvole di fumo delle fiamme accese nelle
piazze.
Per queste ragioni
Marjane Satrapi non si rassegnò, decidendo di portare al pubblico un’altra
narrazione, in cui l’Iran potesse essere raccontato partendo dal popolo,
entrando nelle porte delle case attraverso le vite delle famiglie che le
abitavano, illustrando le prevaricazioni di un potere che provava a penetrare
in modo sempre più sottile nella quotidianità, finendo per svilire gli stessi
valori che pretendeva di difendere dichiarando guerra all’Occidente.
Persepolis
è il tentativo di ribellarsi, di dichiarare guerra agli Ayatollah difendendo
una memoria privata che non coincideva con quella che il governo voleva fosse
professata, proponendo una realtà guardata dagli occhi di sé stessa bambina,
quando ancora non conosceva le catene della tirannia. Come evidenziato da
Alessia Melcangi su La Stampa, Satrapi desacralizza l’inferno della
dittatura, ne traduce il significato indagandone l’origine, mostrando l’orrore
di cui l’uomo è capace ma anche la sua transitorietà. La fumettista annuncia
con la sua opera la fallibilità del regime, la possibilità di un suo
superamento, poiché così com’era stato concepito sarebbe stato possibile anche
annientarlo.
Nelle vignette si evince
come l’Iran non sia abitato da mostri, ma da uomini e donne obbligati ad
assoggettarsi a figure a cui finalmente viene restituito un volto, un’identità,
una collocazione politica. Persepolis racconta della complessità di un
popolo che impara a sopravvivere allo Stato, raccontandone i costumi, le
tradizioni, i valori. Soprattutto, mostrandone il desiderio di libertà, che
rimane integro sotto i veli imposti alle donne da uomini non abbastanza potenti
da rinnegare i loro sogni di indipendenza. Difendendo il corpo di qualsiasi
individuo, appartenente solo a chi lo abita, schierandosi al fianco di chi vive
la propria individualità contro l’omologazione del potere.
Marjane Satrapi è morta, lasciandosi alle spalle un Iran ancora martoriato dai suoi soppressori. Ha lasciato un mondo in fiamme, che la mina della sua matita avrebbe potuto continuare a raccontare. Ma il dolore della morte del compagno di sempre, Mattias Ripa, scomparso l’anno scorso, è stato più forte. Ciò che è certo è che lo sguardo di Marjane, quell’inconsapevole bambina protagonista di Persepolis, rimarrà indelebile nella storia della letteratura, raccontando quanto può essere sovversiva l’innocenza, in un Paese abusato dalla dittatura.
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