Marjane Satrapi è morta il 4 giugno a Parigi. Ricordo di una fumettista che raccontò l’Iran

 

Di Fabio Gaudiosi

La vita della Satrapi fumettista può essere raccontata partendo dallo sguardo della Marjane bambina, protagonista della sua opera più importante, Persepolis (edito in Italia da Rizzoli), pubblicata per la prima volta nell’ormai lontano Duemila. L’artista iraniana, nata quando nel Paese vi era ancora lo Shah, conobbe fin da subito il cambio di regime, crescendo sotto la dittatura di Khomeini.

Improvvisamente, la vita di un popolo venne stravolta, svilendo i propositi della rivoluzione del 1979, che nasceva con l’intento di liberarsi dell’autoritarismo monarchico e che invece precipitò in una dittatura ancora più feroce, più invasiva, più assoluta. La vita delle donne cambiò drasticamente, privandole dei propri diritti, dei propri spazi d’identità, facendole diventare mere pedine di una scacchiera che negava loro l’espressione della parola, dell’indipendenza, del desiderio. Agli occhi dell’Occidente, l’Iran divenne fanatismo, follia politica e religiosa, luogo di paura e morte, avvolto dalle nuvole di fumo delle fiamme accese nelle piazze.

Per queste ragioni Marjane Satrapi non si rassegnò, decidendo di portare al pubblico un’altra narrazione, in cui l’Iran potesse essere raccontato partendo dal popolo, entrando nelle porte delle case attraverso le vite delle famiglie che le abitavano, illustrando le prevaricazioni di un potere che provava a penetrare in modo sempre più sottile nella quotidianità, finendo per svilire gli stessi valori che pretendeva di difendere dichiarando guerra all’Occidente.

Persepolis è il tentativo di ribellarsi, di dichiarare guerra agli Ayatollah difendendo una memoria privata che non coincideva con quella che il governo voleva fosse professata, proponendo una realtà guardata dagli occhi di sé stessa bambina, quando ancora non conosceva le catene della tirannia. Come evidenziato da Alessia Melcangi su La Stampa, Satrapi desacralizza l’inferno della dittatura, ne traduce il significato indagandone l’origine, mostrando l’orrore di cui l’uomo è capace ma anche la sua transitorietà. La fumettista annuncia con la sua opera la fallibilità del regime, la possibilità di un suo superamento, poiché così com’era stato concepito sarebbe stato possibile anche annientarlo.

Nelle vignette si evince come l’Iran non sia abitato da mostri, ma da uomini e donne obbligati ad assoggettarsi a figure a cui finalmente viene restituito un volto, un’identità, una collocazione politica. Persepolis racconta della complessità di un popolo che impara a sopravvivere allo Stato, raccontandone i costumi, le tradizioni, i valori. Soprattutto, mostrandone il desiderio di libertà, che rimane integro sotto i veli imposti alle donne da uomini non abbastanza potenti da rinnegare i loro sogni di indipendenza. Difendendo il corpo di qualsiasi individuo, appartenente solo a chi lo abita, schierandosi al fianco di chi vive la propria individualità contro l’omologazione del potere.

Marjane Satrapi è morta, lasciandosi alle spalle un Iran ancora martoriato dai suoi soppressori. Ha lasciato un mondo in fiamme, che la mina della sua matita avrebbe potuto continuare a raccontare. Ma il dolore della morte del compagno di sempre, Mattias Ripa, scomparso l’anno scorso, è stato più forte. Ciò che è certo è che lo sguardo di Marjane, quell’inconsapevole bambina protagonista di Persepolis, rimarrà indelebile nella storia della letteratura, raccontando quanto può essere sovversiva l’innocenza, in un Paese abusato dalla dittatura.

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