Di Fabio Gaudiosi
Fin da quando ero
bambino, colorare è sempre stato un modo per riappropriarmi della bellezza,
restituendo ai miei disegni lampi di luce dove ne vedevo la necessità. Muovere
il pennarello lungo il cartoncino, ricoprendolo di mille sfumature diverse, mi
consentiva di volare con la fantasia, sentendomi un pittore che, con i pochi
strumenti a disposizione, da un foglio bianco ne traeva un’opera d’arte.
Credevo infatti che quella tavolozza limitata di tinte offerta dai miei
pennarelli, rappresentasse tutte le varietà di colori esistenti nell’universo.
Ben presto ho poi scoperto come la verità non fosse proprio così e di
differenze cromatiche ne era letteralmente pieno il mondo. Mi incominciai a
incantare, vedendo tutte le diverse sfumature di blu, giallo o arancione
esistenti nel mercato, con delle differenze quasi impercettibili all’occhio
nudo. Ma, soprattutto, scoprì che più delle sembianze cromatiche ciò che li distingueva
davvero tra di loro erano fattori diversi, quali la provenienza o il meccanismo
di estrazione del colore dal materiale di origine.
Infatti, come evidenzia
Riccardo Falcinelli in Cromorama (edito da Einaudi), ciò dipendeva dal
fatto che in passato le tonalità erano considerate dei veri e propri materiali
preziosi, ottenuti dopo ore e ore di lavorazione. Le modalità attraverso cui
essi erano ottenuti, i luoghi di provenienza e gli artisti che li utilizzavano
davano lustro e prestigio alle diverse varianti, rendendoli beni dall’altissimo
valore economico. Addirittura, durante il Rinascimento il prezzo del colore era
tanto importante da determinare da solo la stessa caratura del dipinto,
influenzando la percezione degli artisti e impattando in maniera decisiva sulla
storia dell’arte.
In questo scenario, più
di tutti, si impose nella scena il blu oltremare (la nomenclatura rimandava alla
provenienza del materiale di origine, che per gli antichi era appunto oltre il
mar Mediterraneo), una tonalità non solo estremamente rara ma epica, poiché già
Marco Polo ne aveva trattato all’interno dei suoi scritti. Esso era
immediatamente riconoscibile, tanto che i pittori rinascimentali cominciarono
gradualmente a utilizzarlo (con parsimonia, per le opere più celebri) per
dipingere le figure più importanti dell’epoca, restituendo così agli occhi
degli spettatori l’importanza del personaggio fin dal primo sguardo. La
rivoluzione che ne scaturì fu di grandissima rilevanza: la Madonna, da quel
momento, cominciò ad essere rappresentata di blu e non più di nero (colore
preferito in precedenza perché rimandante al lutto), affinché le si potesse
restituire fin da subito la regalità della sua immagine. I committenti, consapevoli
che la scelta dei colori era persino più importante dell’artista, spendevano
cifre folli per accaparrarsi la tinta, affinché il dipinto assumesse un prezzo
di mercato ancora più elevato.
Ciò che è ancora più affascinante è che la rivoluzione cromatica di quell’epoca ha perpetrato le sue conseguenze anche nella nostra concezione del colore, senza esserne consapevoli. Ad esempio, fu da quel momento che il cielo - riconnesso al concetto di Dio e dell’infinito - cominciò ad essere colorato di blu, nonostante le sue tonalità assumessero tratti estremamente differenti a seconda delle condizioni climatiche della giornata. Tale utilizzo del colore, gradualmente sempre più generalizzato, cominciò a condizionare la percezione delle persone, con conseguenze che sono arrivate fino ad oggi. Perché anche Rino Gaetano, quando cantava Il cielo è sempre più blu, senza saperlo stava ribadendo una reminiscenza di quella moda rinascimentale, guardando su e riconoscendo, tra i mille, solo una specifica tinta. Perché in fondo il cielo è davvero blu se così lo percepiamo da secoli. Accorgendoci oggi però degli specchi di un tempo lontano che continua a vivere sulla nostra pelle, quando il nostro sguardo cambiava un colore alla volta.
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