Di Claudia Siano
Curry Barker, regista e attore dell’Alabama, classe ’99, firma l’horror rivelazione dell’anno e scrive una nuova pagina di questo genere cinematografico. Il suo film Obsession, ormai presente nelle programmazioni dei cinema nazionali già da settimane, è già un grande successo nei boxoffice di tutta Italia. Imperdibile, catartico, innovativo. La trama si sviluppa a partire da quattro ragazzi, scelti con accuratissima attenzione che lavorano in un negozio di musica. L’attore Michael Jhonston interpreta Bear, il protagonista del film, con cui lavora anche Nikki, interpretata da una sorprendente Inde Navarette. Al centro della storia un bastoncino del desiderio, One Wish Willow. Un oggetto che assume un significato simbolico in quanto, secondo un’interpretazione personale, rappresenta la cupidigia, i limiti che non si possono superare come il controllare la vita di qualcun altro sia fisicamente che mentalmente. Ciascuno può esprimere un solo desiderio nel film, assumendosene la piena responsabilità. Un film che racconta una società che soffre e lo fa con il genere più adatto a rappresentarla. È il dramma di una generazione che vede oltre ciò che due occhi potrebbero fare, che si trova in più di un posto contemporaneamente, che filma ogni momento della propria esistenza e osserva continuamente quella degli altri, che affronta le giornate attraverso un telefono, animata dai contatti veloci e dall’illusione frustrante e ammaliante di avere tutto sempre a portata di mano, o di click. Burnout, senso di solitudine, hikikomori, poca necessità di uscire la sera, frustrazione, difficoltà nel relazionarsi dal vivo, la comodità di abbattere le distanze e l’investimento energetico attraverso lo schermo, lo smartworking come via di fuga dalla realtà lavorativa fisica, insomma un concentrato di paura e insicurezza che animano tanti aspetti della vita che stiamo vivendo. Nulla è inserito a caso, il regista riesce ad attribuire un senso ad ogni cosa, l’abbigliamento, gli oggetti, gli animali, le parole, è tutto perfettamente costruito, nulla è lasciato al caso. Domande che si moltiplicano, scelte che pesano e tante possibili interpretazioni, vari i salti dalla sedia, tanta agitazione dosata a colpi di ironia, in grado di condire il tutto in un paradossale teatro dell’assurdo contemporaneo. Obsession propone una vera e propria sfida a una generazione intera, la invita personalmente a guardarsi allo specchio e a trovare il significato implicito di quelle scene, le richiede di interrogarsi sul modo di vedere e vivere l’amore, ed è proprio chi vive questo mondo fatto di difficoltà a relazionarsi ma anche in grado di lavorare sulla propria psiche e di guardarsi dentro, che può capire questo dramma al massimo della sua potenzialità espressiva. La paura non nasce dallo splatter, neanche dal buio o dall’ effetto sorpresa, nasce dal contrasto con la tranquillità, con la luce, con la faccia della medaglia sana, quella che spesso viene ignorata. Obsession spaventa perché racconta allo stesso tempo, implicitamente e sfacciatamente, qualcosa che non va, che sentiamo ci appartenga e non sappiamo cosa sia esattamente. Ma è proprio questo che turba, il dubbio, la paura di un futuro incerto, la paura dell’amore, a causa di tutto ciò che vediamo succedere intorno a noi, la paura di uscire, la paura di confrontarsi con l’essere e la necessità di apparire sempre qualcosa che possa essere apprezzato, la paura di non essere come gli altri, da cui però nasce la necessità di essere sé stessi, di vivere una vita autentica. Eppure, quanto è difficile tutto questo? Quanto è diventato complicato fidarsi di qualcuno? Ossessionati dall’approvazione, dal conformismo, dai social, dalla Fear of Missing Out (la paura di essere tagliati fuori), dalle relazioni che sembrano perfette, ossessionati da una perfezione che non possiamo raggiungere. Barker spezza tutto questo e non cerca il consenso, e proprio per questo funziona.
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