Intervista a Sarah Mustafa, autrice di “Il giorno che non ti ho ucciso”

 


Di Fabio Gaudiosi

Sarah Mustafa torna in tutte le librerie con un romanzo meraviglioso, struggente e di fortissimo impatto. Il giorno che non ti ho ucciso (edito da Homo Scrivens, 18 euro) rappresenta il prequel di La spia ha i capelli rossi, raccontando la storia dei genitori della sua protagonista Leyla, fungendo da ponte agli interrogativi sospesi del libro precedente. Una storia in cui l’amore diventa politico, lasciando schegge di vetro nei cuori dei protagonisti. Due vite che si intrecciano l’una sull’altra, quella della madre Carla, un’operaia di soli vent’anni di Pavia e del padre Omar, studente universitario palestinese, in fuga dalla guerra. In un contesto sociale tanto complesso, Mustafa ne racconta le dinamiche con naturalezza e lucidità, trasferendo al lettore l’urgenza della propria storia.

Mustafa, quanto c’è della sua storia all’interno di questo libro?

In questo libro c’è inevitabilmente moltissimo di me, delle mie radici e dei luoghi che porto nel cuore. Scegliere di ambientare una parte cruciale della storia a Pavia e in Medio Oriente significa attingere a un territorio che conosco intimamente, a spazi carichi di memoria personale che mi hanno permesso di dare una concretezza reale alle atmosfere del racconto. Quando si scrive, si riversa sempre sulla pagina il proprio vissuto emotivo, la propria sensibilità verso le ferite del mondo e quell’urgenza di esplorare l’animo umano che guida ogni mio lavoro. I dubbi, le fragilità e la ricerca di un’appartenenza che vivono i personaggi sono, in fondo, riflessi delle mie stesse domande esistenziali.

Cosa l’ha spinta a trasformare tutto ciò in un romanzo?

La spinta a trasformare tutto questo in un romanzo è nata dal desiderio profondo di dare una risposta agli interrogativi lasciati in sospeso in La spia ha i capelli rossi, offrendo una genesi emotiva a Leyla attraverso la storia dei suoi genitori. Sentivo il bisogno di esplorare l’origine di quel legame così potente e complesso tra Carla e Omar, mostrando come l’incontro tra due mondi apparentemente lontani possa generare una forma di naturalezza e comprensione assoluta, persino nel bel mezzo della tempesta della Storia. Trasformare questa intuizione in narrativa è stato il mio modo per onorare la complessità di quell’incontro, curando i nodi del passato attraverso la forza della parola.

Le vite di Carla e Omar sembrano dialogare tra di loro, seppure in spazi e tempi diversi, fino a incontrarsi a Pavia, dove le loro lotte finiscono per attraversarsi reciprocamente in un contesto sociale e politico effervescente. Quanto è stato determinante per Carla avere una testimonianza diretta del senso delle proprie battaglie?

Avere una testimonianza diretta è stato l’elemento di svolta fondamentale per il percorso di Carla. Fino all’incontro con Omar, le sue battaglie all’interno di quel contesto sociale e politico così effervescente rischiavano di rimanere confinate in una dimensione ideologica o puramente teorica. Attraverso gli occhi e il vissuto di Omar, quelle rivendicazioni si sono improvvisamente tradotte in carne, storie e volti concreti. Omar porta con sé il peso di una realtà dove i concetti di giustizia e libertà coincidono drammaticamente con la sopravvivenza quotidiana, e questo per Carla ha ridefinito completamente l’orizzonte del proprio impegno.

Questo rispecchiamento reciproco ha permesso a Carla di connettersi a un significato molto più profondo di “Casa”, intesa come luogo della memoria, delle radici e dell’appartenenza. L’incontro con la ferita storica di Omar è diventato per lei lo specchio in cui guardare le proprie stesse lotte, scoprendo che la ricerca del proprio posto nel mondo e la difesa della dignità umana sono istanze universali che superano i confini geografici. La testimonianza diretta di Omar ha agito come un catalizzatore, trasformando la militanza di Carla in una scelta di vita intima e consapevole, ancorata alla responsabilità verso il destino, proprio e dell’altro.

Quanto è complesso per Omar combattere tra la tentazione di schierarsi in prima linea nella difesa del proprio popolo e quella di condurre la propria battaglia impugnando una penna?

Per Omar questo dilemma rappresenta una lacerazione interiore costante e dolorosa. La tentazione di scegliere la prima linea, di essere fisicamente presente laddove il proprio popolo soffre e combatte, è un richiamo viscerale, alimentato dal senso di colpa di chi si trova distante, al sicuro, a studiare in un’università straniera. Scegliere la penna al posto delle armi richiede un atto di fede immenso e tutt’altro che scontato: significa credere che la testimonianza, la cultura e il racconto della propria identità possano ferire l’ingiustizia e scardinare l’oblio molto più di un’azione violenta. Per lui, la scrittura diventa una forma di resistenza culturale, una trincea della memoria che difende l’esistenza stessa del suo popolo dall’invisibilità.

Per lei, quanto è stato difficile riuscire a rappresentare questo conflitto?

Rappresentare questo conflitto come autrice è una sfida complessa, che richiede una profonda onestà emotiva. Il rischio è sempre quello di scivolare nella retorica o di intellettualizzare un dolore che invece è drammaticamente concreto. La difficoltà sta nel restituire il peso specifico di quel senso di impotenza che schiaccia Omar, senza sminuire nessuna delle due opzioni. Per riuscirci, ho dovuto spogliarmi di qualsiasi giudizio e calarmi interamente nella sua fragilità, mostrando come la decisione di impugnare una penna non sia una via di fuga comoda, ma una scelta di responsabilità immensa, sofferta e profondamente coraggiosa.

Nel libro, si evince il senso di frustrazione del popolo palestinese verso l’Occidente, modello di riferimento prima di trasformarsi in ciò che è diventato. Come convive questa sottile ambiguità in Carla e Omar e come si proietta in Layla?

L’ambiguità dell’Occidente è molto evidente oggi, nel presente che viviamo. Da un lato, c’è il fascino per i valori di libertà, democrazia e diritti; dall’altro, c’è la presa di coscienza traumatica del cinismo politico e del silenzio complice con cui questo stesso Occidente volta le spalle alla sofferenza di un intero popolo. Omar vive questa doppiezza sulla propria pelle, Carla incarna l’altra faccia di questa stessa medaglia: appartiene a quel mondo occidentale, ma ne rifiuta le derive imperialiste e l’ipocrisia, alleandosi con Omar proprio nel tentativo di riscattare quella colpa collettiva attraverso l’empatia e l’impegno comune.

In Layla, questa sottile ambiguità smette di essere un dibattito politico e si trasforma in destino biologico. Essere figlia di Carla e Omar significa ereditare una sintesi complessa di due mondi in perenne frizione. Layla porta dentro di sé sia lo sguardo dell’osservatore occidentale sia la memoria traumatica del popolo palestinese. Questa dualità si proietta nella sua vita come una costante ricerca di equilibrio, un viaggio intimo in cui i conflitti della Storia si riflettono inevitabilmente nella sua stessa identità, spingendola a cercare una sintesi intima e personale.


Dal punto di vista emozionale, come riesce a garantire nella scrittura la lucidità delle sue parole?

Garantire la lucidità in una scrittura che tocca corde emotive così intense richiede un continuo e consapevole esercizio di sdoppiamento.

Cerco di costruire una struttura solida in cui i fatti e i sentimenti parlino da soli, lasciando al lettore lo spazio necessario per accogliere l'eco emotiva del racconto senza sentirsi manipolato. L’alternanza tra la narrazione incentrata sulla vita dei personaggi e quanto avviene intorno a loro è la mia chiave per mantenere uno sguardo onesto e profondo.

 

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