Una storia eterna tra musica, cultura napoletana e il lascito di Roberto De Simone dal ricordo di Antonio Orselli a cinquanta anni dalla prima rappresentazione della “Gatta Cenerentola”
Di Claudia Siano
Antonio
Orselli è un importante ricercatore e studioso di musica, è anche scrittore di
numerose opere, nonché fedele collaboratore di Roberto De Simone, gli abbiamo
rivolto delle domande cogliendo anche l’occasione per ricordare lo spettacolo
del Maestro De Simone e l’anniversario della Gatta Cenerentola. Opera andata in scena per la prima
volta il 7 luglio 1976 al Festival di Spoleto, una favola in musica considerata
un capolavoro assoluto della cultura e del teatro musicale italiano.
Antonio,
Le farò una prima domanda banale ma credo che sia fondamentale. Che ruolo
occupa e cosa rappresenta oggi e cosa ha rappresentato ieri la musica nella Sua
carriera e nei passi che l’hanno determinata? La musica è sempre stata una
fedele alleata?
La musica è
stata fondamentale per il mio percorso. Da quando, da giovane e promettente
allievo di flauto traverso ho partecipato alle attività di diversi gruppi
musicali dediti al folklore napoletano. Proprio da quelle prime esperienze
sorse in me l’esigenza di approfondire lo studio dell’immensa tradizione
partenopea. Intento che determinò anche il mio percorso negli studi
universitari, fino a giungere alla scelta di abbandonare lo studio diretto
dello strumento per dedicarmi più efficacemente alla ricerca del patrimonio
mitico e favolistico della nostra Tradizione.
La
Sua carriera è stata caratterizzata da numerosi studi e notevoli incontri, cosa
ha rappresentato per Lei lo studio e la collaborazione con il Maestro Roberto
De Simone?
È stata una
conseguenza quasi naturale l’incontro con Roberto De Simone. In quegli anni (’70-’80),
chiunque volesse intraprendere un percorso nella Tradizione napoletana, era
quasi obbligato a fare riferimento al Maestro. Il suo lavoro musicale.
teatrale, saggistico era di primissimo ordine. Basta ricordare la Nuova
Compagnia di Canto Popolare, le innumerevoli opere teatrali tra cui la
leggendaria Gatta Cenerentola, le pregevoli regie liriche e la pubblicazione di interessanti ricerche. Lo
incontrai tramite comuni amici. E devo dire che, fin dalle prime occasioni, il
nostro rapporto si incentrò su una franca amicizia e su un reciproco interesse
per la ricerca, tradottosi in innumerevoli piacevolissime chiacchierate anche
sui più vari argomenti. Roberto era un pozzo di scienza, però con l’anima di
chi è sempre ben disposto verso la sapienza.
Come
vede Lei oggi il percorso che ha caratterizzato la musica napoletana fino a renderla conosciuta
e apprezzata in tutto il mondo?
Sono più di
due secoli che la musica napoletana gode di una diffusione planetaria. Ora,
senza voler entrare nella grandissima complessità della definizione che
potrebbe estendersi alle villanelle cinquecentesche, alla straordinaria Scuola
Napoletana del ’700 fino ai neomelodici a noi contemporanei, va senz’altro
detto che la musica si accompagna a ragione, intimamente, alla città di Napoli.
Ne ha segnato e anche oggi ne diffonde i miti. E in questi anni è diventata un brand
mondiale, milioni di turisti la visitano ogni anno. La sua cultura in tutte le
modalità, le sue forme espressive, i suoi innumerevoli monumenti e musei, la
visibile vitalità dei suoi abitanti sono
apprezzati da folle incredibili di visitatori. Certo, come ogni fenomeno di
massa ha non poche contraddizioni. Se ne discute e se ne potrebbe parlare a
lungo. Ma, sicuramente, è preferibile una città dal richiamo mitico a una
gelida città museo svuotata della sua anima.
Nel
corso della Sua carriera quali autori e musicisti l’hanno influenzata
maggiormente?
La musica,
si può dire, è stata la colonna sonora della mia vita. Io non sono un
musicista. Ma ho studiato e ricercato la musica. Soprattutto quella antica e
quella popolare. In passato lontano l’ho anche eseguita con i miei valorosi
amici tra cui non pochi professionisti. Ma ho preferito la ricerca.
Naturalmente, come figlio di quegli anni ricchissimi di fermenti culturali e
musicali, sono rimasto molto legato proprio alla musica di De Simone. Non solo
per la pregevolezza delle composizioni ma per la sconvolgente scoperta di
un’appartenenza, e di dove dovevo indirizzare la mia vita e la mia ricerca. Ma
mi reputo anche legatissimo all’altra musica giunta in quel tempo dai paesi
stranieri e, particolarmente, da quelli oltreoceano. Mi piacerebbe così citare un
verso di una canzone del grande Pino Daniele: A me me piace ’o blues.
La
fiaba rappresenta un punto di partenza della ricerca che Lei e il maestro De
Simone avete intrapreso. Il 18 giugno è stato fatto un omaggio al Maestro in
una rappresentazione della Gatta Cenerentola al Ravenna Festival, a 50
anni dalla prima. Cosa rappresenta per Lei quest’omaggio e cosa ha
caratterizzato nel vostro percorso professionale la fiaba?
La mia
collaborazione con Roberto ha riguardato particolarmente la fiaba di tradizione
popolare. Un percorso di ricerca che ha abbracciato più di dieci anni e che è
giunto fino alla pubblicazione di importantissime raccolte. Alla fine degli
anni ’70, il Maestro organizzò un gruppo di giovani ricercatori, tra cui il
sottoscritto. Ne fui onorato anche perché si trattava di lavoro con tutti i
crismi della parola, E che lavoro! Una dura e paziente raccolta di fiabe
raccontate dagli ultimi narratori della Tradizione. Un lungo lavoro di registrazione
e sistemazione di un materiale che ancora resisteva nella memoria delle genti
campane. Noi tutti eravamo stati particolarmente colpiti dalla Gatta
Cenerentola, travolgente opera teatrale che ci aveva fatto scoprire la
grandiosa ricchezza della fiaba popolare. La sua uscita nel 1976 fu dirompente
nella scena culturale italiana perché proponeva una visione della tradizione
napoletana completamente altra rispetto alle consuetudini del pur apprezzabile
teatro napoletano. Risultato della fusione tra un lungo lavoro di ricerca e una
raffinatissima creatività teatrale.
Un
anniversario festeggiato a Ravenna e non
a Napoli, che ne pensa?
Strano che,
in occasione dei 50 anni della “Gatta”, non la si sia festeggiata a Napoli. Non
è qui il caso di riprendere annose polemiche a cui ho più volte personalmente
assistito nella mia lunga amicizia con il Maestro. Ci si potrebbe domandare
anche come mai una personalità come De Simone non abbia mai avuto un teatro
stabile, una scuola teatrale, né si siano riproposte opere apprezzate in tutto
il mondo…
Nella
ricerca sulla fiaba popolare napoletana, quanto ha inciso l’opera di
Giambattista Basile nei Suoi studi e nel Suo modo di guardare all’arte nostrana
in ogni sua forma?
Giambattista
Basile e del Suo Lo cunto de li cunti. De Simone lo conosceva bene,
eccome!
Allora, giovane studente universitario avevo iniziato a
studiare il grande letterato napoletano alla cattedra di Sociologia della
letteratura con Michele Rak massima autorità accademica sul Basile e sulla
sua opera. Con tale bagaglio esperienziale apprezzatissimo dal Maestro mi mossi
nella ricerca dei “Cunti popolari”. E il grande scrittore barocco si rivelò una
presenza costante nel nostro lavoro, un prezioso compagno inevitabile
riferimento…Noi tutti lo chiamavamo familiarmente ‘o zi’ Giobatta. E il
nostro lavoro si è rivelato un vero e proprio ossequioso tributo al Lo cunto
de li cunti: siamo riusciti a raccogliere la maggior parte dei racconti in
esso contenuti. Una straordinaria testimonianza sulle origini di una raffinata
opera letteraria.
Lei
si è occupato anche di musica popolare, fino a quali anni secondo Lei si può
parlare di questa tipologia di musica e a quale contesto si lega?
Come dicevo,
mi sono molto occupato della musica napoletana fin dai primissimi tempi della
mia lunga carriera di ricercatore. Preciso, però, che il mio interesse si è
indirizzato sulla musica delle feste popolari, cioè quella che accompagna la
devozione popolare all’interno di una manifestazione sacra.
Dunque, la
mia attenzione si è appuntata sul rapporto tra la musica e il momento festivo.
Una dimensione temporale che si distacca totalmente dal tempo spettacolare dei
concerti o dello stesso teatro. Nella festa la musica assolve una funzione che
potremmo definire liturgica accompagnando altre componenti in nome del sacro il
canto, la danza ecc. Altrove, nel rispettare ovviamente le esigenze
spettacolari. diventa altro, ovvero musica profana.

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