Scoperta una nuova lingua in Georgia?

 

Di Fabio Gaudiosi

Nel 2021, due uomini stavano pescando presso il lago artificiale Bashplemi dell’altopiano vulcanico di Dmanisi, in Georgia, quando dall’acqua improvvisamente tiravano su una tavoletta di basalto con alcuni simboli scalfiti sopra. Le iscrizioni, apparentemente non comprensibili, attirarono la curiosità dei pescatori, che decisero di non rigettare in acqua il loro ritrovamento. La scelta si rivelò provvidenziale, poiché quei simboli sarebbero stati presto oggetto di studio di cinque professori dell’Università Statale di Tiblisi, Ramaz Shengelia, Levan Gordeziani, Nikoloz Tushabramishvili, Nodar Poporadze, Othar Zourabichvili, i quali, nel 2024, hanno pubblicato un articolo sul Journal of Ancient History and Archaeology, relativo alla misteriosa scoperta. Secondo gli studiosi, la tavoletta, contenente ben sessanta segni, mostrerebbe chiaramente nelle incisioni l’utilizzo di trapani conici e strumenti abrasivi, scongiurando così il rischio di trovarsi dinanzi ad un falso storico, poiché il reperto presenta elementi che avrebbero necessitato di una strumentazione troppo avanzata per il luogo in cui è stato ritrovato.  

I simboli sono stati confrontati con più di venti sistemi di scrittura conosciuti, differenti l’uno dall’altro, partendo dalle alfabetizzazioni semitiche (quali il fenicio, l’aramaico e l’ebraico) fino al greco antico, comparandoli anche con quelli afferenti alle scritture caucasiche e al geroglifico egiziano tardo (un sistema misto la cui evoluzione portò alla nascita dei primi alfabeti). Dallo studio è emerso come in effetti ventuno dei sessanta simboli contenuti nella tavola siano in qualche modo riconducibili a tali modelli, apparendo però totalmente inediti i restanti trentanove. Infatti, all’interno dell’articolo, i professori sostengono di essere probabilmente dinanzi ad una forma di alfabeto proto-georgiano, databile addirittura tra la fine dell’età del bronzo (3300 a. C. - 1200 a. C.) e l’inizio dell’età del ferro (1200 a. C. - 550 a. C.). Questa scoperta assume quindi un’estrema importanza poiché anticipa drasticamente la presenza di tracce di scrittura all’interno dell’area, i cui ritrovamenti più antichi fino ad ora risalivano al IV-V secolo d.C., dopo le influenze del cristianesimo. È senz’altro ancora presto per immaginare di trovarci dinanzi ad una nuova lingua, ma gli elementi appaiono oggi più che interessanti, indicando una scrittura autoctona, con pochissime influenze da e verso il mondo esterno.

La tavoletta è in basalto, un materiale particolarmente complesso da lavorare: dunque senz’altro dovrebbe contenere concetti che sarebbero dovuti sembrare estremamente importanti al suo autore, per cui si pensa fosse stata utilizzata come registro amministrativo (in cui inserire un elenco di beni o bottini di guerra), oppure da testo rituale o da offerta votiva a qualche divinità locale. La scrittura su questo materiale era infatti estremamente difficile, come si evince anche dalla profonda tacca alla base delle scanalature lineari, lasciata dalla punta conica per creare dei perni dai quali controllare i movimenti rotatori di incisione tra un punto e l’altro.

In ogni caso, la scoperta ha attivato la comunità scientifica, costituendo quasi un unicum all’interno della ricerca archeologica e linguistica. Infatti, la presenza di tracce di scrittura in un centro isolato e poco conosciuto, rappresenta la cifra di un popolo che per quanto di piccole dimensioni potrebbe aver ottenuto una profonda complessità sociale e tecnologica. Presto si vedrà se la tavoletta di Bashplemi diventerà il punto di partenza verso la conoscenza di una nuova lingua o se essa sarà destinata a celare i suoi significati per l’eternità. 

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