Possiamo parlare con gli animali? E con quale tipo di linguaggio è possibile farlo? La parola agli esperti
di Fabio Gaudiosi
È possibile parlare con altri animali? Tentare di dialogare con loro, scambiandoci informazioni negli stessi modi in cui siamo abituati quotidianamente a farlo tra di noi? Nonostante la possibilità di conversare con altre specie abbia sempre affascinato l’uomo, è decisamente scorretto scambiare le abituali interazioni con i nostri cani o gatti come dei veri e propri dialoghi. Perciò, nel tentativo di decostruire la solita prospettiva antropocentrica che spesso tende ad accompagnarci, per la quale basterebbe il solo input dell’essere umano per qualificare un discorso come tale, risulta essere necessario provare a ridefinire il concetto di parlato, identificando gli elementi che lo configurerebbero. Infatti, come sostenuto in un’intervista da Telmo Pievani, filosofo della natura ed evoluzionista, parlare implica un’articolazione di una vocalizzazione, caratterizzata per essere legata a un significato comprensibile tra i parlanti. Di conseguenza, l’interazione che instauriamo nei confronti degli animali domestici non potrebbe identificarsi nell’atto di parlare, ma rientrerebbe piuttosto nella più ampia competenza di comunicare. Infatti, la comunicazione, a cui siamo più soliti, presuppone invece un mero scambio di informazioni attraverso l’emissione di suoni o gesti che manifesterebbero i propri rispettivi bisogni. Essa non necessiterebbe di un linguaggio o del suo apprendimento, plasmandosi piuttosto in modalità differenti, più basilari. Dunque, alla luce di tali premesse, è chiaro come si dovrebbe riproporre la domanda da un’altra prospettiva, chiedendosi piuttosto se sia possibile tradurre il linguaggio degli altri animali e, soprattutto, se esista una definizione di linguaggio che prescinda dall’essere umano.
Rispondere a questo interrogativo rappresenta il cardine di qualsiasi valutazione possa essere ulteriormente sviluppata. Bisogna rilevare come i linguisti rispetto a questo specifico tema risultino essere piuttosto polarizzati: c’è chi evidenzia come il linguaggio sia una prerogativa umana (fondato su quattro caratteristiche principali, secondo le quali sarebbe discreto, grammaticale, produttivo e dislocato), per cui declinarlo in specie diverse risulterebbe essere solo una nostra proiezione, mentre c’è chi sostiene che tali definizioni rappresenterebbero una prospettiva antropocentrica e limitante, escludente qualsiasi forma di comunicazione animale differente. Eppure, prescindendo da tali diatribe dottrinali, ancora una volta sembrerebbe necessario proporre un capovolgimento di prospettiva: infatti, la questione andrebbe declinata cercando di comprendere quale specie abbia perfezionato articolazioni nelle loro modalità di comunicazione più simili alle nostre, tali da consentirci di potervici finalmente parlare.
È proprio in questi termini che interviene la possibilità di decodificare e interloquire con animali quali la balenottera o i capodogli, rispetto ai quali sono stati osservati fenomeni di evoluzione culturale e, soprattutto, di ripetizione attraverso i loro canti di alcune leggi quantitative comuni alle nostre, tra cui quella di George Zipf. Infatti, nel 1935, il celebre linguista americano si accorse di come i parlanti applicassero uno schema di frequenza delle parole, notando come in qualsiasi testo quella più frequente apparisse due volte più spesso della seconda e tre volte in più della terza più usate.
Sulla base di questi presupposti, non è più utopistico immaginare di poter davvero comprendere il linguaggio delle balene e addirittura di potervici parlare. In tal senso, l’utilizzo dell’IA, la cui ricerca oggi si sta spingendo nella creazione di un sempre più avanzato modello linguistico di grandi dimensioni (cd. LLM, ossia Large Language Model), potrebbe risultare decisivo nell’apprendimento di pattern di riferimento, consentendoci di tradurre le ricorrenze linguistiche di tali animali, nonostante non si possa nascondere come tali strumenti abbiano ancora bisogno di un’enorme quantità di dati. La possibilità di poterli usare in tal senso, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero nell’ambito della ricerca, apre a scenari di studio inesplorati e affascinanti, che necessiteranno però ancora di tempo per poter essere svelati.
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